L’inquinamento atmosferico può ridurre di circa la metà la capacità degli impollinatori di trovare e utilizzare i fiori. Quando ozono e ossidi di azoto sono presenti insieme, la diminuzione media arriva al 68%. A essere colpita soprattutto è la ricerca dei fiori: gli insetti sembrano più disorientati che debilitati. Inoltre, secondo le proiezioni considerate dagli autori, l’ozono al suolo potrebbe restare sopra i livelli attuali fino a dopo il 2050.
A questa conclusione arriva una rassegna di 22 esperimenti condotta da James Ryalls, dell’University of Reading, insieme ai colleghi Jacob Bishop e Carol Wagstaff. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Frontiers in Ecology and the Environment (). In un’intervista a Earth.com, Ryalls ha definito l’effetto combinato dei due inquinanti il risultato che più lo ha sorpreso: «È la prima volta che questa interazione viene quantificata per gli impollinatori».
I fiori attirano gli insetti rilasciando dai petali sostanze chimiche odorose, che gli impollinatori seguono per raggiungere il cibo. Nell’aria, l’ozono al suolo e gli ossidi di azoto reagiscono con queste molecole: alcune vengono scomposte, altre modificate. La traccia olfattiva diventa così più debole e difficile da riconoscere. L’ozono si forma nell’atmosfera, in presenza di luce solare, a partire da altri inquinanti; gli ossidi di azoto provengono soprattutto dai motori, in particolare da quelli diesel.
Gli studi esaminati hanno associato questi gas anche a una minore sensibilità delle antenne, a capacità di apprendimento e memoria più scarse e a colonie di api più deboli. Tuttavia, nella rassegna questi effetti diretti risultano meno rilevanti dei danni causati dall’alterazione degli odori.
Il gruppo ha raccolto gli esperimenti che confrontavano le prestazioni degli impollinatori in aria pulita e in aria inquinata: 22 studi, per un totale di 87 confronti. La maggior parte riguardava api mellifere o bombi; altri coinvolgevano una sfinge del tabacco, una vespa dei fichi o gruppi di insetti selvatici. Le prove si sono svolte in camere di laboratorio, serre e campi aperti, dove gli inquinanti venivano immessi nell’ambiente.
Nel complesso, l’aumento dell’ozono ha ridotto in media del 42% le prestazioni degli impollinatori, mentre quello degli ossidi di azoto le ha diminuite del 46%. Per prestazioni si intendono la capacità di trovare i fiori, l’efficacia nell’alimentarsi e il numero di insetti che si presentavano. Solo tre gruppi di ricerca hanno testato contemporaneamente entrambi i gas: in questi esperimenti la perdita media è stata del 68%. Il danno è quindi maggiore di quello associato a ciascun gas preso singolarmente, ma inferiore all’88% che si otterrebbe sommando i due effetti.
«Questo riflette la chimica reale dell’atmosfera, dove ozono e ossidi di azoto possono reagire parzialmente tra loro e compensarsi», ha spiegato Ryalls a Earth.com. Nei tre studi che hanno confrontato i singoli gas e la loro combinazione con lo stesso gruppo di controllo in aria pulita, il danno aggiuntivo dovuto al secondo inquinante è risultato ancora più contenuto.
Gli effetti, inoltre, non sono stati uguali per tutte le attività degli insetti. La capacità di individuare i fiori è diminuita in media del 67%, mentre l’alimentazione dopo aver raggiunto il fiore e il numero di insetti presenti sono cambiati poco. Ryalls ha sottolineato che gli impollinatori non apparivano tanto debilitati quanto disorientati.
A soffrire maggiormente possono essere gli insetti specializzati. Un’ape che visita molti tipi di fiori può affidarsi ad altri segnali quando un odore è alterato; una specie legata a una sola pianta, come la sfinge del tabacco o la falena della yucca, ha meno alternative. Conta anche l’orario: l’ozono raggiunge i picchi durante il giorno, quando sono attive api e farfalle. Questo può mettere a rischio colture come il mandorlo e la colza, che fioriscono di giorno. Gli ossidi di azoto, invece, spesso raggiungono i livelli più alti di notte, quando sono attive le falene impollinatrici. Ridurre un solo inquinante, quindi, non protegge necessariamente tutti i gruppi.
La diminuzione dell’uso di combustibili fossili può ridurre gli ossidi di azoto, ma l’andamento dell’ozono è più complesso: si forma a partire da diversi elementi, tra cui metano e monossido di carbonio, che resteranno a livelli elevati più a lungo. In base allo scenario intermedio sulle emissioni utilizzato dall’IPCC, gli autori prevedono che l’ozono al suolo rimanga elevato fino alla metà del secolo e scenda sotto i livelli attuali solo dopo il 2050. In uno scenario ad alte emissioni, potrebbe continuare ad aumentare fino agli anni Sessanta e scendere sotto i livelli attuali soltanto verso la fine del secolo.
Anche la lunga vita dei veicoli diesel complica la riduzione delle emissioni: un mezzo venduto oggi può restare in circolazione per oltre 20 anni. Gli autori citano come esempio il rinvio deciso dal Regno Unito del divieto di vendita di nuove auto a benzina e diesel, spostato dal 2030 al 2035, che potrebbe prolungare gli anni più difficili. Nelle città, tuttavia, gli ossidi di azoto scompongono parte dell’ozono, creando una sorta di protezione che si attenua nelle campagne, dove i gas di scarico sono meno presenti.
«La maggior parte del cibo che coltiviamo dipende da impollinatori in buona salute, quindi non possiamo aspettare il 2050 per proteggerli dall’inquinamento», ha detto Ryalls. A giardinieri e agricoltori ha suggerito di ridurre le emissioni locali di ossidi di azoto, sostituendo i macchinari e i generatori diesel più vecchi e tenendo spenti quelli più inquinanti nei periodi di massima fioritura. Ha inoltre indicato l’ampliamento degli spazi verdi e la possibilità di lasciare crescere e fiorire spontaneamente i prati.
La rassegna mette in luce anche importanti lacune nelle prove disponibili. Diciannove dei 22 studi sono stati condotti in Europa e 16 hanno riguardato api o insetti affini. È un limite rilevante, perché circa il 70% delle specie coltivate trae qualche beneficio dall’impollinazione degli insetti. India e Cina, tra i Paesi con l’aria più inquinata, potrebbero subire effetti particolarmente gravi, ma mosche, coleotteri e la maggior parte delle falene sono stati studiati poco. Anche i tropici, dove l’inquinamento è spesso più intenso e gli insetti generalisti sono più numerosi, sono quasi assenti dalla ricerca.
Inoltre, le concentrazioni usate negli esperimenti erano elevate: il livello medio di ozono era di 161 parti per miliardo, più del doppio del limite statunitense di 70. A queste concentrazioni i danni erano evidenti, ma gli studi non permettono di stabilire a quale livello comincino. Non è chiaro se esista una soglia precisa o se gli effetti aumentino gradualmente; resta da determinare anche quale concentrazione possa essere considerata sicura.
Ryalls vorrebbe che i prossimi esperimenti fossero condotti in aree già inquinate. «Vorrei testare questi effetti in regioni più inquinate e negli ecosistemi tropicali, dove i livelli di inquinanti di fondo sono spesso più elevati e le comunità di impollinatori sono diverse», ha detto. Il suo gruppo sta anche sperimentando trattamenti che potrebbero intensificare gli odori emessi dai fiori, così da aiutare gli insetti a individuarli nell’aria inquinata.
Fonte: earth.com


