Con l’invecchiamento della popolazione mondiale, il numero di persone affette da demenze, in particolare dalla malattia di Alzheimer, è in costante aumento. In un contesto in cui i trattamenti curativi sono ancora assenti e l’efficacia dei farmaci attualmente disponibili è limitata, cresce l’interesse verso approcci terapeutici innovativi. Tra questi, i cannabinoidi estratti dalla pianta di cannabis stanno attirando l’attenzione della comunità scientifica. Recenti studi condotti in Brasile hanno esaminato gli effetti delle microdosi di estratto di cannabis su pazienti con diagnosi di Alzheimer lieve, rivelando risultati promettenti privi degli effetti psicoattivi tipici associati all’uso della cannabis. Questi risultati potrebbero rappresentare una svolta nel trattamento della malattia di Alzheimer, aprendo nuove strade per la ricerca e la terapia.
La logica delle microdosi
La ricerca, guidata da esperti dell’Università Federale di Integrazione Latinoamericana, ha coinvolto un campione di 24 pazienti anziani, di età compresa tra i 60 e gli 80 anni, tutti diagnosticati con Alzheimer lieve. L’obiettivo era valutare l’efficacia di un olio a base di estratto di cannabis, contenente THC e CBD in proporzioni simili, ma a concentrazioni estremamente basse. Queste microdosi, non sufficienti a provocare effetti psicoattivi, sono state fornite da associazioni di pazienti, senza alcun finanziamento da parte di aziende del settore cannabis. Questo approccio innovativo ha suscitato interesse e curiosità, poiché potrebbe rappresentare una nuova frontiera nella lotta contro la demenza.
Il concetto di microdosing è spesso associato all’uso ricreativo di sostanze psichedeliche, e la scelta di utilizzare dosi così ridotte potrebbe sollevare dubbi sulla loro efficacia. Tuttavia, la decisione dei ricercatori di adottare questo approccio non è stata casuale. Già nel 2017, studi precedenti avevano dimostrato che dosi minime di THC erano in grado di ripristinare funzioni cognitive in modelli animali, invertendo alterazioni nei modelli di espressione genica e nella densità delle sinapsi cerebrali. Altri studi hanno confermato che il sistema endocannabinoide, cruciale per la neuroprotezione e la regolazione di funzioni cerebrali normali, subisce un declino naturale con l’avanzare dell’età, suggerendo che l’uso di cannabinoidi potrebbe offrire benefici significativi.

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Cosa abbiamo trovato
Per misurare in modo oggettivo l’impatto del trattamento con cannabis, sono state utilizzate diverse scale cliniche. In questa fase, il miglioramento è stato osservato attraverso la scala del mini-esame dello stato mentale, uno strumento ampiamente riconosciuto per la valutazione della funzione cognitiva nei pazienti con demenza. Dopo 24 settimane di trattamento, il gruppo che riceveva l’estratto di cannabis ha mostrato una stabilizzazione nei punteggi, mentre il gruppo placebo ha evidenziato un deterioramento cognitivo. Sebbene l’impatto sia stato modesto, i pazienti trattati con microdosi di cannabis hanno ottenuto punteggi superiori rispetto ai loro omologhi del gruppo placebo. È importante notare che nei pazienti con funzione cognitiva preservata o moderatamente compromessa, aspettarsi cambiamenti significativi in un breve lasso di tempo potrebbe risultare irrealistico.
Un nuovo paradigma: cannabis senza l’“alto”
Uno dei principali ostacoli all’accettazione della cannabis come strumento terapeutico per l’invecchiamento cerebrale non è tanto di natura scientifica, quanto culturale. In molte nazioni, la paura di sperimentare effetti psicoattivi dissuade non solo i pazienti, ma anche i professionisti della salute. Tuttavia, studi come quello in questione dimostrano che esistono modalità per superare questo problema, utilizzando dosi così basse da non indurre alterazioni evidenti nella coscienza, ma capaci di modulare sistemi biologici fondamentali. Le microdosi di cannabis possono quindi offrire benefici terapeutici senza gli effetti psicoattivi, aprendo la strada a nuove formulazioni mirate alla prevenzione, in particolare per le popolazioni più vulnerabili, come gli anziani con lieve compromissione cognitiva.

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E ora?
Nonostante il potenziale promettente, lo studio presenta alcune limitazioni significative: la dimensione del campione è ridotta e gli effetti sono stati valutati solo attraverso una scala cognitiva. Tuttavia, questo lavoro rappresenta un passo pionieristico, essendo il primo trial clinico a testare con successo l’approccio del microdosing in pazienti affetti da malattia di Alzheimer. Si tratta di un nuovo modo di considerare l’uso della cannabis nel trattamento di patologie di grande rilevanza. Per proseguire in questa direzione, saranno necessari ulteriori studi con un numero maggiore di partecipanti e periodi di follow-up più estesi, solo così sarà possibile rispondere a una domanda cruciale: la cannabis può effettivamente rallentare la progressione della malattia di Alzheimer?
