Nell’universo osservabile esistono miliardi di miliardi di stelle. Eppure soltanto poco meno di cinquecento hanno un nome ufficialmente riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale. Tutto il resto, dalla stella più brillante del cielo invernale fino al puntino tremolante che osservi dal balcone di casa, è identificato da una sigla, un numero di catalogo o, in alcuni casi, da nessun riferimento. Allora chi decide davvero il nome di una stella?
La domanda non è soltanto accademica. Negli ultimi anni si è diffusa anche in Italia l’usanza di intitolare una stella a una persona cara: piattaforme online come Regala una stella propongono certificato di registrazione, mappa stellare personalizzata e app di realtà aumentata per individuarla nel cielo notturno. È un gesto che incuriosisce e commuove, ma apre subito un interrogativo preciso: quel nome ha davvero valore ufficiale? La risposta dipende dal capire come funziona la nomenclatura celeste, ed è più ordinata di quanto sembri.
L’IAU, l’unico ente che può dare un nome ufficiale a una stella
L’Unione Astronomica Internazionale (IAU, International Astronomical Union) è stata fondata nel 1919 e oggi riunisce oltre dodicimila astronomi professionisti distribuiti in più di cento paesi. Tra i suoi numerosi compiti ce n’è uno che riguarda direttamente il modo in cui guardiamo il cielo: stabilire la nomenclatura ufficiale degli oggetti celesti. Pianeti, satelliti naturali, asteroidi, comete, costellazioni e, ovviamente, stelle.
Per molti decenni l’IAU si è occupata soprattutto di standardizzare le designazioni tecniche, lasciando che i nomi propri delle stelle restassero quelli tramandati da secoli. Le cose sono cambiate nel 2016, quando l’organizzazione ha istituito un gruppo di lavoro dedicato esclusivamente a questo tema: il Working Group on Star Names (WGSN). Il suo obiettivo è chiaro: catalogare i nomi tradizionali, fissarne la grafia ufficiale e stabilire un percorso trasparente per riconoscerne di nuovi.
Il primo bollettino del WGSN, pubblicato nel novembre 2016, ha ufficializzato 86 nomi storici. A distanza di un decennio l’elenco si è ampliato fino a circa 470 stelle con nome proprio approvato, oggi raccolti nel catalogo ufficiale del Working Group on Star Names. Una cifra minuscola se pensiamo che la sola Via Lattea ne ospita circa duecento miliardi.
L’eredità araba e greca: da dove vengono i nomi che già conosciamo
Aldebaran, Betelgeuse, Algol, Rigel, Vega, Altair, Deneb, Fomalhaut, Mizar. Sono nomi familiari a chiunque abbia anche solo sfogliato un manuale di astronomia. Quasi tutti hanno un’origine comune: la lingua araba medievale. Gli astronomi del mondo islamico, tra il IX e il XIII secolo, hanno tradotto, ampliato e in molti casi sostituito la nomenclatura ereditata dai Greci, e quei nomi sono arrivati fino a noi attraverso le traduzioni latine dell’Almagesto di Tolomeo e dei trattati di Al-Sufi.
Si stima che circa 210 dei nomi tradizionali oggi in uso abbiano una radice araba. Aldebaran significa “la seguace”, perché segue le Pleiadi nel cielo. Betelgeuse deriva da yad al-jauza, “la mano della gigante”. Algol viene da ra’s al-ghul, la testa del demonio. Vega da al-nasr al-waqi, l’aquila che si tuffa. Lo strato greco resta presente in nomi come Sirio, Procione e Canopo, ma è chiaramente minoritario.
Più recentemente il WGSN ha iniziato ad approvare nomi che provengono da culture finora poco rappresentate: tradizioni hawaiane, polinesiane, aborigene australiane, sudamericane. È una scelta esplicita di inclusione culturale che non ha nulla a che vedere con la fisica delle stelle, ma che riflette il valore antropologico universale del cielo notturno.
Le designazioni sistematiche: come gli astronomi identificano davvero le stelle
I nomi propri sono un’eccezione, non la regola. La stragrande maggioranza delle stelle è designata da sigle e numeri che derivano da un catalogo astronomico. Ogni catalogo ha una propria storia, un proprio criterio e un proprio scopo. Eccone i principali, in ordine cronologico:
- Designazioni di Bayer (1603). Introdotte dall’astronomo tedesco Johann Bayer nella sua Uranometria. Ogni stella riceve una lettera dell’alfabeto greco seguita dal genitivo del nome della costellazione: α Centauri, β Orionis. In linea di massima la lettera α indica la stella più luminosa della costellazione, ma con varie eccezioni storiche.
- Numeri di Flamsteed (circa 1725). John Flamsteed numerò le stelle di ogni costellazione in ordine di ascensione retta. Si scrivono come 61 Cygni o 47 Ursae Majoris.
- Henry Draper Catalogue (HD). Pubblicato tra il 1918 e il 1924 dall’Osservatorio di Harvard, contiene oltre 225 000 stelle classificate spettralmente. Sirio, ad esempio, è HD 48915.
- Hipparcos (HIP). Frutto della missione spaziale ESA Hipparcos lanciata nel 1989, conta circa 118 000 stelle misurate con altissima precisione astrometrica. Sirio è HIP 32349.
- Gaia DR3. La missione ESA Gaia ha rilasciato nel 2022 il terzo data release con dati su circa 1,8 miliardi di sorgenti celesti. È il catalogo più dettagliato mai realizzato e oggi rappresenta il riferimento standard per gran parte della ricerca stellare contemporanea.
Una stessa stella può quindi avere più identificatori validi e tutti corretti. Sirio, la stella più brillante del cielo notturno, è contemporaneamente α Canis Majoris (Bayer), 9 Canis Majoris (Flamsteed), HD 48915 e HIP 32349, oltre al nome proprio “Sirius” approvato dal WGSN nel 2016. Cinque etichette diverse per lo stesso punto luminoso, ognuna utile in un contesto diverso.
NameExoWorlds: quando il pubblico vota davvero
Esiste un canale ufficiale, e gratuito, per partecipare alla denominazione di un oggetto celeste: si chiama NameExoWorlds ed è un’iniziativa periodica dell’IAU. Riguarda i pianeti extrasolari e le stelle che li ospitano, non singole stelle scelte a piacere, ma è davvero aperta al pubblico.
La prima edizione risale al 2015 e ha permesso di battezzare 19 esopianeti. Una seconda campagna, lanciata nel 2019 in occasione del centenario dell’IAU, ha coinvolto un sistema planetario per ciascuno dei paesi membri, oltre cento. L’iniziativa è proseguita anche dopo, con tornate dedicate a sistemi osservati dal James Webb Space Telescope. Le proposte vengono presentate da scuole, club astronomici e associazioni culturali, e una commissione tecnica verifica che rispettino i criteri (non commerciali, non offensivi, pronunciabili, legati a un patrimonio culturale identificabile). Il nome scelto entra ufficialmente nella nomenclatura IAU.
I registri stellari commerciali: cosa sono davvero
Torniamo allora alla domanda da cui siamo partiti: che cosa sono esattamente i siti che permettono di “comprare una stella” e darle il nome di una persona cara? Esistono, sono molto popolari, e meritano una risposta onesta.
L’IAU si è espressa in modo netto sul tema in una pagina dedicata del proprio sito ufficiale: nessun ente privato ha il potere di assegnare a una stella un nome riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale. I registri commerciali iscrivono il nome scelto in un proprio database privato e rilasciano un certificato. Il valore dell’operazione è quindi sentimentale, simbolico, affettivo, ma non scientifico. È esattamente l’equivalente di intitolare una panchina del parco a qualcuno che amiamo: il gesto ha senso per chi lo compie, ma non viene riconosciuto dal catasto.
Capito questo confine, però, vale la pena spiegare perché questi servizi esistono e vengono usati da centinaia di migliaia di persone. Il cielo è da sempre uno spazio di proiezione affettiva. Dare il nome di una madre, di un figlio, di un amore o di una persona scomparsa a una stella visibile dal proprio giardino è un gesto culturale antichissimo, che precede di millenni qualsiasi catalogazione scientifica. I registri stellari moderni mettono semplicemente in forma rituale e tangibile questa esigenza, attraverso un certificato, una mappa stellare e, sempre più spesso, un’app di realtà aumentata che aiuta a individuare la stella nel cielo. Resta inteso, come ricorda l’IAU, che il nome assegnato resta all’interno del registro privato del fornitore e non sostituisce in alcun modo le designazioni ufficiali di cui abbiamo parlato sopra.
La distinzione, in fondo, è semplice: l’IAU si occupa di scienza, i registri commerciali si occupano di un gesto affettivo. Sono due piani che non si sovrappongono, e nessuno dei due rende l’altro privo di significato.
Come identificare una stella reale stasera
Per chi vuole imparare a riconoscere le stelle che già hanno un nome (quello vero, approvato dall’IAU), oggi gli strumenti non mancano. Il database SIMBAD, gestito dall’Osservatorio Astronomico di Strasburgo, è il punto di riferimento per consultare le coordinate, le designazioni e la bibliografia di qualsiasi oggetto celeste. Per la pratica sul campo, app gratuite come Stellarium, Sky Map e Star Walk sovrappongono in tempo reale la mappa del cielo all’orientamento dello smartphone, mostrando i nomi propri ufficiali, le sigle di Bayer e le costellazioni. Per un’esperienza più ricca basta uscire da una zona troppo illuminata: con un cielo decente, lontano dall’inquinamento luminoso, sono visibili a occhio nudo circa 4 500 stelle nell’arco dell’anno.
Domande frequenti
Posso davvero “comprare” una stella?
Puoi acquistare un servizio che registra un nome a tua scelta in un database privato e ti rilascia un certificato. Non puoi acquistarne la proprietà giuridica e non puoi modificarne la denominazione ufficiale.
Chi assegna il nome a un nuovo pianeta extrasolare?
L’IAU, attraverso le campagne NameExoWorlds aperte al pubblico, oppure per via tecnica direttamente nei suoi gruppi di lavoro.
Una stella può avere più nomi ufficiali?
Una sola stella ha un solo nome proprio approvato dal WGSN. Può però avere parallelamente diverse designazioni di catalogo (Bayer, Flamsteed, HD, HIP, Gaia), tutte valide nei rispettivi contesti.
Cosa succede se una stella già nominata viene “rinominata” da un servizio commerciale?
Sul piano scientifico nulla. Il nuovo nome esiste solo nel registro privato del servizio, mentre il nome ufficiale resta quello stabilito dall’IAU.
Conclusione
Dare un nome a una stella è insieme un gesto antico e una procedura moderna. Da una parte c’è l’IAU, che con metodo e lentezza riconosce circa 470 nomi propri ufficiali, frutto di una storia che parte dagli astronomi arabi medievali e arriva ai gruppi di lavoro contemporanei. Dall’altra c’è la nomenclatura sistematica dei grandi cataloghi, dal Bayer di inizio Seicento fino al Gaia DR3 con i suoi 1,8 miliardi di sorgenti, che permette agli astronomi di lavorare con precisione assoluta. E poi c’è il piano affettivo dei registri stellari commerciali, che non ha rilevanza scientifica ma risponde a un’esigenza umana antica quanto il cielo stesso. Conoscere queste tre dimensioni e capire che cosa fa ognuna è il modo migliore per guardare le stelle senza confonderle.
