Una pioggia di detriti incandescenti ha riacceso l’incubo nucleare nel perimetro più protetto e contaminato d’Europa, proprio nei giorni del quarantesimo anniversario del disastro del 1986.
L’Agenzia statale ucraina per la gestione della zona di esclusione (SAEZ) ha dovuto fare i conti con due pesanti emergenze consecutive innescate direttamente dal conflitto bellico in corso. Il primo, devastante incendio è divampato il 7 maggio a causa dello schianto di due droni d’attacco russi Shahed (noti anche come Geran-2), le cui cariche esplosive hanno appiccato il fuoco a oltre 1.200 ettari di foresta radioattiva. Non appena i 300 vigili del fuoco mobilitati dal Servizio di emergenza statale (DSNS) sono riusciti a domare il fronte principale dopo cinque giorni di sforzi estremi, una nuova ondata di bombardamenti il 14 maggio ha originato ulteriori focolai all’interno della riserva biosferica di Opachitsky.
Le operazioni di contenimento della biomassa ardente si stanno svolgendo in condizioni tattiche e ambientali ai limiti della sostenibilità.
Un clima insolitamente secco accoppiato a forti raffiche di vento sta alimentando i focolai secondari, sollevando dense colonne di fumo cariche di polveri di cesio-137 e stronzio intrappolate da quarant’anni nel sottobosco. I soccorritori, obbligati a operare con pesanti maschere respiratorie e tute dosimetriche, non devono guardarsi solo dall’esposizione ai radionuclidi, ma anche dalla massiccia presenza di mine antiuomo e ordigni inesplosi disseminati sul terreno durante i combattimenti terrestri. Nonostante la gravità della situazione sul campo e il fumo denso che ostacola i movimenti, l’Ispettorato statale per la regolamentazione nucleare dell’Ucraina ha confermato che i tassi di dose di radiazioni gamma nell’aria restano per ora entro i limiti di norma (oscillando tra 0,19 e 0,35 µSv/h).
I continui attacchi aerei nella regione sollevano forti preoccupazioni per l’integrità strutturale del sito stesso.
(L’ultimo raid aereo con oltre cento droni ha provocato danni strutturali esterni, con la comparsa di una breccia di circa sei metri di diametro sul rivestimento del tetto della struttura di contenimento). Sebbene gli ispettori dell’AIEA abbiano verificato che le travi portanti principali del New Safe Confinement non hanno subito lesioni critiche, la vulnerabilità del reattore numero 4 rispetto ai detriti militari rimane altissima.
In poche parole, la guerra ha risvegliato i veleni di Chernobyl: i droni abbattuti hanno causato due grandi incendi successivi nei boschi radioattivi a inizio maggio, l’ultimo dei quali è ancora parzialmente attivo e monitorato dai pompieri tra fumo tossico e mine inesplose. Anche se per adesso le radiazioni nell’aria non sono aumentate, lo schianto ravvicinato dei droni ha persino bucato una parte del tetto protettivo sopra il vecchio reattore esploso nel 1986, dimostrando che la centrale spenta è tutt’altro che al sicuro dai pericoli del conflitto attuale.
