A 45 anni il tuo sangue sa già se svilupperai l’Alzheimer: la scoperta che cambia tutto

Uno studio su oltre 1.000 persone ha trovato i primi segnali biologici della malattia a metà vita, quando il cervello sembra ancora perfettamente normale.

L’Alzheimer viene ancora considerato una malattia della vecchiaia, qualcosa che riguarda i settantenni o gli ottantenni. Un nuovo studio pubblicato su GeroScience sposta questa prospettiva in modo significativo: i primi segnali biologici della malattia potrebbero essere già presenti a 45 anni, decenni prima che qualsiasi sintomo diventi visibile.

Lo studio è basato sui dati del Dunedin Multidisciplinary Health and Development Study, una ricerca longitudinale condotta in Nuova Zelanda che segue oltre 1.000 persone dalla nascita. I ricercatori dell’Università di Otago hanno analizzato i livelli di una proteina nel sangue chiamata pTau181, uno dei biomarcatori più affidabili per individuare i processi legati all’Alzheimer. I partecipanti di 45 anni che riferivano piccole difficoltà di memoria o cali cognitivi avevano livelli più alti di questa proteina rispetto agli altri. Le risonanze magnetiche al cervello, invece, non mostravano nulla di anomalo.

Questo dettaglio è importante. Significa che qualcosa stava già cambiando a livello molecolare nel sangue, senza che il cervello mostrasse ancora alterazioni visibili agli strumenti di imaging. La proteina segnalava un processo in corso che i tradizionali controlli clinici non avrebbero intercettato.

La ricercatrice responsabile dello studio, Ashleigh Barrett-Young, ha sottolineato che questo apre una finestra di opportunità concreta per la prevenzione — che resta uno degli approcci più promettenti contro l’Alzheimer. Se i processi biologici legati alla malattia iniziano tanto presto, intervenire sullo stile di vita o con futuri trattamenti nella mezza età potrebbe fare una differenza reale.

Va però detto con chiarezza: avere livelli elevati di pTau181 a 45 anni non significa avere l’Alzheimer né essere destinati a svilupparlo. Il biomarcatore indica un rischio aumentato, non una diagnosi. Gli stessi autori riconoscono che servono ricerche ulteriori per capire se questi segnali precoci siano davvero predittivi della malattia negli anni successivi, o se la proteina a quella età misuri qualcosa di diverso rispetto a quanto fa negli anziani.