All’ombra di una miniera di carbone nel sud della Grecia, l’archeologa Annemieke Milks dell’Università di Reading ha estratto dal fango quelli che ora sono considerati i più antichi strumenti manuali in legno mai scoperti. Due manufatti risalenti a 430,000 anni fa che fanno fare un balzo all’indietro di quarantamila anni alla cronologia della tecnologia lignea.
Siamo abituati a visualizzare i nostri antichi antenati come ominidi che brandiscono esclusivamente lame di selce – l’Età della Pietra, d’altronde, deve il nome a questo – ma si tratta di un inganno temporale. La pietra è quasi indistruttibile; il legno marcisce in fretta. Lo studio, pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences, dimostra invece che la materia organica era cruciale per la sopravvivenza dei nostri parenti estinti tanto quanto la roccia.
I reperti sono emersi a Marathousa 1, un sito nel bacino di Megalopolis scoperto nel 2013, dove una miniera di lignite a cielo aperto ha esposto strati di sedimenti profondi trenta metri. Tra il 2013 e il 2019, le campagne di scavo coordinate da Katerina Harvati dell’Università di Tubinga hanno rivelato uno scenario d’altri tempi: lo scheletro quasi completo di un elefante dalle zanne dritte (Palaeoloxodon antiquus) con evidenti segni di macellazione, circondato da resti di ippopotami, tartarughe, uccelli e oltre duemila strumenti in pietra.
Quattrocentotrentamila anni fa l’Europa era morsa da una delle glaciazioni più severe del Pleistocene. Il bacino di Megalopolis, che all’epoca ospitava un lago, funzionò come un micro-rifugio termico, offrendo un clima più mite e risorse vitali.
Il fango asfittico e saturo d’acqua ha sigillato il legno, impedendone la decomposizione. Su 144 frammenti lignei recuperati, l’analisi microscopica delle tracce d’uso ha isolato due strumenti netti. Il primo è un ramo di ontano lungo 81 centimetri, lavorato per rimuovere i nodi e sagomato alle estremità: una punta mostra segni di sfilacciamento da sfregamento, l’altra è arrotondata per facilitare la presa. Un bastone da scavo, insomma, probabilmente usato per sradicare tuberi o forse per farsi largo tra i resti della carcassa dell’elefante.
Il secondo oggetto è un enigma. Un frammento di salice (o pioppo) lungo appena 5,7 centimetri, completamente scortecciato e smussato, con piccole rullature e ammaccature su un’estremità. Secondo i ricercatori potrebbe trattarsi di un ritoccatore, un attrezzo leggero utilizzato per rifinire i margini taglienti delle schegge di pietra.
Nel sito non sono stati rinvenuti fossili umani, lasciando l’identità degli artigiani nel campo delle ipotesi. La datazione esclude i Homo sapiens, non ancora arrivati in Europa. I candidati più probabili restano i Neanderthal arcaici o l’identità più sfumata di Homo heidelbergensis.
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