Un impulso di luce laser sparato verso il deserto lunare del Mare Imbrium ha ottenuto una risposta inaspettata, interrompendo un silenzio radio durato quasi quarant’anni. A intercettare il segnale non è stato un circuito elettronico tornato in vita per miracolo, ma un piccolo specchio montato sul dorso di un fantasma di metallo sovietico.
I dettagli della riscoperta del rover Lunokhod 1, coordinata dal fisico Tom Murphy dell’Università della California a San Diego, ridefiniscono l’accuratezza delle nostre misurazioni orbitali. Il robot a otto ruote dell’Unione Sovietica era sbarcato sulla Luna nel novembre del 1970, scomparendo dai radar nel settembre del 1971 dopo che le sue batterie si erano arrese alla gelida notte lunare. Da quel momento, la sua esatta posizione geografica era diventata un mistero.
Il punto di svolta è arrivato grazie alla sonda Lunar Reconnaissance Orbiter (LRO) della NASA, le cui telecamere ad alta risoluzione hanno individuato un minuscolo punto luminoso a chilometri di distanza dall’area in cui si pensava si fosse fermato il rover. Murphy e il suo team hanno sfruttato queste coordinate per puntare il telescopio dell’osservatorio Apache Point, nel New Mexico, sparando un raggio laser verso il bersaglio. Il catadiottro di fabbricazione francese installato sul Lunokhod 1 ha risposto al primo colpo, restituendo circa duemila fotoni al mittente: un segnale incredibilmente più nitido rispetto a quello del gemello Lunokhod 2, le cui prestazioni sono oggi degradate.
Questo specchio passivo, che non richiede alcuna alimentazione elettrica, permette ora agli scienziati di mappare l’orbita lunare con una precisione millimetrica. La stabilità del segnale del primo Lunokhod consentirà di studiare le oscillazioni del nucleo liquido della Luna e di testare, con una accuratezza mai raggiunta prima, i limiti della teoria della relatività generale di Einstein.
