Quanto a lungo potrebbero vivere gli esseri umani se trovassimo una cura per l’invecchiamento? L’esperimento fornisce una risposta inaspettata

Immaginate di cancellare con un colpo di spugna ogni forma di invecchiamento biologico: niente più declino muscolare, demenza o insufficienza cardiaca. Anche in questo scenario quasi fantascientifico, l’essere umano non diventerebbe immortale.

Raggiunti i due secoli di vita, la macchina biologica si arresterebbe comunque.

Dmitrii Kriukov e il gruppo di biologia computazionale del Skoltech Biomed Technologies Center, in collaborazione con la ricercatrice Ekaterina Khrameeva, hanno calcolato sul piano matematico l’impatto delle mutazioni somatiche sull’organismo umano. I dettagli dello studio, pubblicati sulla rivista npj Aging, mostrano che le alterazioni casuali del DNA accumulate nel tempo rappresentano un limite invalicabile per la sopravvivenza, fissando la durata media della vita a circa 156 anni (con una forchetta compresa tra i 146 e i 194 anni).

Il problema risiede nei meccanismi di duplicazione e riparazione cellulare. Ad ogni divisione, le cellule rischiano di commettere errori di trascrizione genetica. Gran parte di queste mutazioni è ininfluente, ma con il passare dei decenni alcune disattivano geni essenziali, portando la cellula alla morte.

Non tutti i tessuti rispondono allo stesso modo a questo logoramento.

Il cervello e il cuore sono le componenti più vulnerabili dell’intero sistema. I neuroni e i cardiomiociti (le cellule del muscolo cardiaco) praticamente non si dividono in età adulta: ogni perdita causata da una mutazione letale è definitiva. Nel modello sviluppato a Skoltech, il solo accumulo di danni nei neuroni riduce l’aspettativa di vita a 194 anni, mentre il cedimento del tessuto cardiaco la fissa a 208.

Al contrario, la struttura del fegato mostra una resilienza eccezionale. Grazie all’azione delle cellule progenitrici e alla capacità dei geni epatociti di replicarsi per sostituire le unita danneggiate, l’organo non ha registrato alcun cedimento nella simulazione.

I ricercatori hanno trattato il corpo umano come un’architettura ingegneristica, integrando i dati di sequenziamento a singola cellula su cinque tipologie cellulari (neuroni, cardiomiociti, epatociti, cellule progenitrici epatiche e cellule basali delle vie aeree) e azzerando la mortalità esterna al livello basale di un trentenne svizzero. Senza il peso delle mutazioni somatiche, quella linea teorica avrebbe garantito una media di 1.759 anni di vita.

Il dato dei 156 anni non costituisce un limite assoluto — le proiezioni indicano che una persona su 100.000 potrebbe teoricamente toccare i 470 anni — ma dimostra come l’accumulo di errori genetici rappresenti una barriera autonoma al prolungamento della vita.

I mattoni fondamentali del nostro codice genetico sono soggetti a una degradazione inevitabile: rimossa ogni malattia conosciuta, è il software stesso a smettere di funzionare.