Più di 64.000 persone seguite per 24 anni, ma solo sulla carta. Michael Fridén, dell’Università di Aarhus, in Danimarca, e il suo gruppo hanno stimato cosa accadrebbe se gli svedesi adulti e anziani mangiassero alla lettera secondo la dieta nordica. Il risultato è un rischio di morte un po’ più basso. Lo studio è uscito sull’American Journal of Clinical Nutrition.
La dieta nordica si basa sui cibi tradizionali di Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia. La chiamano anche la dieta mediterranea del Nord, perché ne è la versione per i climi freddi: soprattutto vegetale, con pesce grasso e ortaggi a radice. L’olio di colza sostituisce quello d’oliva, avena e segale prendono il posto di grano e riso, mele e pere quello di arance e banane.
Il metodo è la parte più curiosa. Una vera sperimentazione, con persone assegnate a una dieta per vent’anni, richiederebbe un tempo lunghissimo. I ricercatori hanno usato dati sanitari già raccolti e li hanno elaborati per imitare quell’esperimento. È una scorciatoia statistica, quindi una stima e non una prova diretta.
Il confronto era con due scenari: le raccomandazioni generali e nessun intervento. Contro le raccomandazioni, la dieta nordica sana risultava associata a un rischio di morire per qualsiasi causa più basso del 4% in 24 anni. Rispetto a nessun intervento, la riduzione stimata saliva al 6%. Sulle conseguenze gravi per il fegato, confrontando con le raccomandazioni nordiche, non è emersa una differenza chiara.
Il gruppo con i risultati migliori comprendeva una quota un po’ più alta di donne e di persone sopra i 65 anni con ipertensione e diabete. Chi faceva almeno due ore di attività fisica a settimana e beveva meno alcol era meno rappresentato. Per confermarlo serviranno altri studi.
Il limite sta nella simulazione stessa, che immagina persone fedeli a una sola dieta per decenni. Nella vita reale quasi nessuno lo fa.
Altre ricerche vanno nella stessa direzione. Una revisione del 2025 aveva trovato rischi più bassi di morte in generale, per malattie cardiovascolari e per cancro in chi si avvicinava di più a questo modello. Una sperimentazione svedese su persone con prediabete o diabete di tipo 2, guidata da Ulf Risérus dell’Università di Uppsala, aveva ridotto il grasso nel fegato di poco più del 20% in un anno, migliorando anche il controllo della glicemia. Più della metà dei partecipanti ha visto scomparire la steatosi epatica, il cosiddetto fegato grasso.
Fridén ritiene che i motivi per sospettare un effetto positivo siano solidi: bacche, grassi insaturi, fibre. Con i colleghi aggiunge anche un argomento ambientale. Nel Nord Europa molti ingredienti sono già coltivati vicino a casa, quindi la dieta potrebbe risultare più facile da seguire e meno pesante per il clima. Sulla dieta mediterranea gli studi restano molto più numerosi.
Nel piatto, la differenza si vede subito: porridge di avena e pane di segale al posto di pane bianco e pasta, olio di colza al posto del burro, salmone, mele, frutti di bosco e cavolo.


