Chi usa un chatbot basato sull’intelligenza artificiale per risolvere esercizi semplici può ottenere risultati migliori mentre ha l’assistenza, ma peggiora e tende più spesso a saltare le prove quando deve continuare da solo. È quanto emerge da tre esperimenti controllati, per un totale di 1.222 partecipanti, presentati all’inizio di questo mese alla Conferenza 2026 sui modelli linguistici, a San Francisco. Lo studio, pubblicato inizialmente come preprint e ora sottoposto a revisione paritaria, ha esaminato esercizi di aritmetica e domande di comprensione del testo.
La ricerca riguarda la cosiddetta «esternalizzazione cognitiva»: affidare a uno strumento parte del lavoro mentale che altrimenti svolgeremmo noi. Un numero crescente di studi suggerisce che questa pratica possa ostacolare l’apprendimento a lungo termine e il pensiero critico. «La preoccupazione riguarda quelle che gli scienziati cognitivi chiamano “difficoltà desiderabili”: lo sforzo produttivo che, nel tempo, permette di acquisire competenze», ha spiegato in un’email a Live Science Grace Liu, prima autrice dello studio e dottoranda in apprendimento automatico alla Carnegie Mellon University. «Se l’IA elimina abitualmente questo sforzo, le persone possono ottenere la risposta giusta sul momento, ma sviluppare capacità autonome meno solide».
Liu e i colleghi hanno condotto tre esperimenti randomizzati, ciascuno della durata di 13-15 minuti. I partecipanti, suddivisi in gruppi diversi per ogni prova, hanno svolto due serie di esercizi con le frazioni e una serie di domande di comprensione del testo.
Nel primo esperimento, 354 persone sono state assegnate a un gruppo con accesso a un chatbot e a uno senza. Entrambi hanno affrontato gli stessi 12 esercizi con le frazioni. Chi aveva a disposizione l’IA poteva chiedere la soluzione oppure ricevere indizi. In seguito, senza preavviso, il chatbot è stato disattivato e tutti hanno ricevuto altri tre esercizi. I partecipanti potevano saltare le domande; i ricercatori avevano chiarito che le risposte sbagliate non sarebbero state penalizzate. Per chi sbagliava, veniva inoltre mostrata la soluzione corretta, così da consentire di imparare dall’errore.
Con il chatbot disponibile, il gruppo che poteva usarlo ha risolto più esercizi e si è arreso meno spesso rispetto al gruppo senza assistenza. Quando però l’IA è stata tolta, i partecipanti che l’avevano usata hanno ottenuto risultati peggiori e hanno saltato o sbagliato più domande. Il dato suggerisce che l’assistenza possa incidere sulle prestazioni e sulla perseveranza nei compiti svolti in autonomia.
Il secondo esperimento ha coinvolto 667 partecipanti e ha ripreso il primo con alcune modifiche, tra cui una prova preliminare per escludere chi non riusciva a risolvere gli esercizi più semplici. I risultati sono stati simili: usare l’IA per compiti elementari era associato a minore perseveranza e motivazione quando si dovevano affrontare gli stessi esercizi senza aiuto, soprattutto se il chatbot forniva direttamente le soluzioni.
Liu ha osservato che anche le calcolatrici consentono di delegare i calcoli e potrebbero avere effetti simili sulle prestazioni autonome. «Ma studiamo specificamente l’IA perché consente di delegare il ragionamento in compiti e ambiti molto diversi», ha detto.

Il terzo esperimento ha verificato se il fenomeno riguardasse anche la comprensione del testo, che richiede di attribuire significato alle informazioni e costruire modelli mentali, cioè rappresentazioni interne della realtà esterna. I 201 partecipanti sono stati divisi tra un gruppo con accesso all’IA e un gruppo di controllo. Dopo cinque domande svolte con il chatbot disponibile, l’assistente è stato disattivato e ciascuno ha risposto ad altre tre domande. Anche in questo caso, i risultati erano in linea con quelli delle prove di matematica: la minore perseveranza non sembrava limitata agli esercizi numerici, ma poteva accompagnare l’esternalizzazione cognitiva in compiti diversi.
«Il risultato più significativo è che chi delega di più mostra un calo maggiore della perseveranza, misurato dall’aumento degli esercizi saltati: si tratta di una capacità importante in diversi ambiti», ha detto Liu. Secondo i ricercatori, una possibile spiegazione è che, dopo essersi abituate alla rapidità delle risposte dell’IA, le persone possano considerare inefficiente qualsiasi metodo più lento. La perseveranza di fronte alle difficoltà è però importante per imparare e acquisire competenze, e i risultati sollevano quindi interrogativi sulle conseguenze di un uso prolungato dell’IA per compiti semplici.
Lo studio non chiarisce ancora come i singoli episodi di esternalizzazione cognitiva influenzino nel tempo le competenze e le capacità autonome. Per rispondere, ha detto Liu, occorrerebbe seguire le stesse persone a lungo e misurare regolarmente i loro progressi in un’ampia varietà di attività. Le ricerche disponibili, secondo gli autori, suggeriscono che un’eccessiva dipendenza dall’IA possa indebolire le capacità cognitive e la padronanza delle materie, ma servono studi di lungo periodo per verificare gli effetti duraturi. Per approfondire il tema, leggi anche l’indagine degli scienziati sugli effetti dell’intelligenza artificiale sulle capacità cognitive.
Per sostenere l’apprendimento e l’autonomia, i ricercatori propongono di progettare chatbot che offrano indicazioni e istruzioni per arrivare alla soluzione, invece di fornire subito la risposta: strumenti più simili a tutor. «Dobbiamo lavorare per un futuro in cui le capacità umane siano, per quanto possibile, potenziate anziché sostituite», ha dichiarato in un comunicato Brian Christian, coautore dello studio, informatico e ricercatore presso il Center for Human-Compatible AI dell’Università della California, Berkeley.
Fonte: livescience.com


