I Neanderthal sono stati cacciatori estremamente flessibili, capaci di adattare le proprie strategie di sussistenza dalle grandi prede come i mammut fino a piccoli animali come le lepri e le tartarughe. Una nuova ricerca non ancora sottoposta a revisione paritaria, condotta sui materiali provenienti dalla grotta di Valdegoba nel nord della Spagna, aggiunge ora un tassello inedito alle loro abitudini alimentari, documentando il consumo occasionale di grandi roditori di taglia intermedia come castori e marmotte vissuti circa centomila anni fa. Nei sedimenti del sito, datati a circa centotrentamila anni fa e associati alla presenza di fossili umani e utensili in pietra, gli studiosi hanno rinvenuto centinaia di resti ossei appartenenti al castoro eurasiatico e alla marmotta alpina. Sebbene parte di questo materiale rechi i segni dei denti lasciati da carnivori come lupi, volpi o iene che frequentavano le stesse cavità, un gruppo ristretto di ossa presenta in modo evidente tracce di tagli da macellazione, attribuibili alle attività dei gruppi umani. I segni identificati sulle ossa di castoro indicano operazioni di sfilettatura e disarticolazione, mentre le scalfiture riscontrate sulle mascelle di entrambi i roditori sono compatibili con le pratiche di scuoiamento. Gli autori della ricerca sottolineano tuttavia che lo sfruttamento di questi animali non era sistematico né rappresentava una specializzazione venatoria esclusiva, trattandosi piuttosto di un comportamento episodico inserito in una dieta ampia e diversificata.
I roditori di medie dimensioni offrivano un ritorno energetico inferiore rispetto agli ungulati ma con costi di acquisizione e rischi ridotti, fornendo un apporto calorico costante che aiutava i gruppi umani a far fronte alle mutevoli condizioni ambientali e alla disponibilità delle
. La capacità di sfruttare nicchie ecologiche differenti e prede dalle abitudini assai diverse, dalle tane montane delle marmotte fino ai corsi d’acqua frequentati dai castori, testimonia un’ottima conoscenza del territorio e una spiccata attitudine all’opportunismo tattico. Invece di dipendere unicamente dai grandi erbivori, la cui caccia comportava pericoli significativi e sforzi coordinati notevoli, le comunità locali sapevano integrare la propria dieta quotidiana con risorse più accessibili. Questa spiccata plasticità comportamentale riduceva il rischio di malnutrizione durante i periodi di scarsità delle risorse principali, confermando una complessità cognitiva e un livello di adattamento ambientale del tutto analoghi a quelli delle popolazioni umane moderne.


