Una pellicola trasparente di calcite ricopre gran parte delle pitture di circa 37.000 anni fa esaminate nella grotta Chauvet, in Francia. Inoltre, alcuni tratti di carbone mostrano un bagliore arancione che potrebbe indicare che la roccia fu riscaldata da braci o torce. Sono i risultati di uno studio condotto da un’équipe francese, che ha analizzato le pareti con luce ultravioletta da circa 2,5 metri di distanza, senza avvicinarsi alle superfici.
La ricerca, pubblicata sulla rivista ACS Omega, è stata guidata da Philippe Walter del Laboratorio di archeologia molecolare e strutturale (LAMS) dell’Università della Sorbona e del CNRS, l’agenzia nazionale francese per la ricerca. Ne sono autori anche Yohan Boulard, Thiéry Guillou, Gilles Tosello, Maguy Jaber e Carole Fritz, che dal 2018 dirigeva il gruppo scientifico di Chauvet. Secondo un ricordo pubblicato dal ministero della Cultura francese, Fritz è morta il 30 settembre 2026.
La grotta Chauvet-Pont d’Arc si trova nelle gole dell’Ardèche, nel sud-est della Francia, vicino a Vallon-Pont-d’Arc. Fu scoperta il 18 dicembre 1994 da tre speleologi amatoriali: Jean-Marie Chauvet, Éliette Brunel e Christian Hillaire. Dopo aver attraversato uno stretto passaggio, i tre si trovarono davanti pareti ricoperte di pitture. Il sito è noto anche grazie al documentario del 2010 di Werner Herzog, Cave of Forgotten Dreams.
I ricercatori contano oggi più di mille figure di rinoceronti, mammut, leoni, orsi, cavalli e bisonti, datate a circa 37.000 anni fa. Le pitture precedono di oltre 30.000 anni la comparsa della scrittura in Mesopotamia e sono più del doppio dell’età di quelle di Lascaux, generalmente datate a circa 17.000 anni fa.
Le opere si sono conservate quasi intatte soprattutto perché la grotta rimase sigillata. Diverse frane ne chiusero l’ingresso durante il Paleolitico superiore, l’ultima fase dell’età della pietra. Secondo le stime più citate, l’ultima frana risale a circa 21.000 anni fa; la grotta rimase chiusa fino alla scoperta del 1994.
Da allora l’accesso è riservato agli scienziati. Nel 2014 l’UNESCO ha inserito Chauvet nella lista del Patrimonio mondiale e nell’aprile 2015 è stata inaugurata nelle vicinanze una replica a grandezza naturale, la Caverne du Pont d’Arc, che permette al pubblico di vedere il sito senza entrare nella grotta originale, protetta anche da un’enorme porta d’acciaio.

Un motivo importante per limitare gli spostamenti è il pavimento, che conserva impronte preistoriche. Tra queste ci sono quelle di un bambino di circa otto-dieci anni, che attraversò la grotta con una torcia circa 26.000 anni fa, e quelle di orsi e di un grande canide, forse un cane. Per non danneggiare le tracce, non sono state installate passerelle vicino alle pareti. Gli strumenti hanno quindi dovuto essere collocati a distanza: secondo lo studio, all’interno della grotta le distanze di lavoro variano da uno a sei metri, un intervallo in cui le tecniche di analisi abituali non funzionano.
Per superare il problema, il gruppo ha costruito strumenti su misura e ha lavorato da una passerella metallica, a circa 2,5 metri dalla roccia. Una fibra ottica lunga tre metri portava la luce fino alla parete e ne raccoglieva la fluorescenza; un’asta in fibra di carbonio consentiva di spostare la sonda con precisione. La sonda, posta a circa cinque centimetri dalla superficie, analizzava un’area grande quanto la testa di uno spillo. Nella grotta la temperatura è di 13 °C e l’umidità è vicina al 100%.
La tecnica impiegata è la spettroscopia di fluorescenza ultravioletta. Alcuni materiali assorbono la luce ultravioletta — la stessa usata dalle lampade di Wood per controllare le banconote — e la restituiscono sotto forma di luce visibile. Il colore emesso può rivelare la composizione del materiale e le impurità presenti.
Il calcare della parete e le croste di calcite che si formano sulla superficie sono quasi identici dal punto di vista chimico. La calcite è il minerale che compone il calcare; quando l’acqua scorre lungo la roccia può depositarla in strati chiamati travertino. A distinguerli sono le tracce di materia organica intrappolate, trasportate dall’acqua dal suolo e dalle piante sopra la grotta. Sotto la luce ultravioletta, il calcare appare grigiastro, mentre la calcite del travertino emette luce blu. Il carbone dei disegni, invece, assorbe la luce e non la restituisce.
Queste differenze permettono di ricostruire la disposizione degli strati. Se la luce colpisce un tratto nero e il segnale di ritorno è soprattutto blu, spiegano i ricercatori, la fluorescenza può provenire da calcite depositata sopra il carbone. Walter paragona il metodo a un’indagine forense: ogni indizio viene esaminato per ricostruire il lavoro degli artisti preistorici e capire come si sono conservate le pitture.

Gli autori hanno verificato anche che la luce non scolorisse la carta colorata esposta, perciò ritengono che non dovrebbe danneggiare le superfici della grotta. Per ottenere una visione d’insieme, hanno affiancato alle misurazioni fotografie scattate sotto luce ultravioletta.
Le analisi si sono concentrate sul Pannello dei cavalli, nella Sala Hillaire — chiamata così in onore di uno degli scopritori — e sulla Nicchia dei leoni. Nella maggior parte del Pannello dei cavalli la parete mostra la fluorescenza grigia del calcare; le croste di calcite compaiono solo in alcune zone, per esempio nell’angolo in basso a destra. I tratti neri emettono un segnale molto debole, circa venti volte meno intenso di quello della roccia nuda, ma lo spettrometro riesce comunque a rilevarlo.
Sul cavallo al centro del pannello, il labbro è ricoperto di carbone e il segnale blu della calcite prevale. Sulla roccia non dipinta si vede invece la fluorescenza del calcare. Sulla mascella, dove il pigmento è discontinuo, i due segnali sono di intensità simile. Il blu aumenta proprio nei punti in cui si trova il carbone: un indizio della presenza di uno strato di calcite sopra il disegno. La pellicola è così sottile da non essere visibile a occhio nudo, ma il metodo non permette di misurarne lo spessore: fornisce un valore relativo, non una misura in millimetri.
Lo studio non dimostra che la pellicola abbia protetto le pitture per migliaia di anni. Gli autori ipotizzano che uno strato traslucido possa comportarsi come una vernice naturale, mentre una crosta spessa e opaca può finire per seppellire le opere. Citano come esempio la Grande Grotte di Arcy-sur-Cure, nel dipartimento francese dell’Yonne, dove una crosta opaca di calcite aveva nascosto completamente pitture paleolitiche, poi riportate alla luce durante i lavori di restauro.
Le croste sopra le pitture possono essere utili anche per stimare l’età dei disegni: datare lo strato superiore può fornire un’età minima per quello sottostante. L’affidabilità di questa tecnica, tuttavia, è ancora oggetto di dibattito.
La Nicchia dei leoni ha fornito un altro indizio. Dopo che le persone smisero di frequentare la grotta, l’acqua filtrò nella zona e formò ampie colate di travertino. Qui la fluorescenza blu della calcite è così intensa da risultare visibile anche nelle fotografie normali. Sulla testa di un cavallo, una colata parte da una fessura orizzontale e attraversa la figura. Sul petto di un altro, la calcite ricopre un breve tratto di carbone, mentre lungo il resto della linea si vede soltanto il calcare.
Più in basso, alcune linee nere sembrano segnare il limite raggiunto dall’acqua. La calcite si è depositata sulle zone non dipinte, mentre i tratti di carbone sono rimasti nitidi; in corrispondenza di questi ultimi lo spettrometro non ha rilevato calcite. Gli autori ipotizzano che il carbone abbia interagito con il processo di cristallizzazione, ma lo studio non chiarisce il meccanismo, che dovrà essere approfondito.
Il risultato più sorprendente, e anche il più incerto, riguarda alcune zone appena sotto i tratti di carbone, che sotto la luce ultravioletta emettono un bagliore arancione. Lo stesso fenomeno compare sulle strisciate lasciate dalle torce, quando venivano strofinate contro la parete per ravvivare la fiamma. Per indagarne l’origine, il gruppo ha testato in laboratorio diverse spiegazioni.
I catrami e gli altri prodotti della decomposizione del carbone di pino silvestre — la specie da cui proviene il carbone della grotta — emettono luce blu, non arancione. I ricercatori hanno inoltre considerato poco convincente l’ipotesi che alcuni composti si fossero spostati per gravità o diffusione: il bagliore compare sotto o accanto ai tratti, non come un alone che li circonda.
Un indizio è arrivato riscaldando campioni di calcare e calcite a 500 °C: entrambi hanno sviluppato un picco di emissione arancione molto simile a quello osservato nella grotta. Da qui l’ipotesi che il bagliore segnali un riscaldamento localizzato della roccia, causato da braci molto calde o da torce accese. Se fosse così, alcuni tratti potrebbero essere stati realizzati con carbone ancora incandescente.
Gli stessi autori sottolineano però che si tratta di un’ipotesi, non di una prova diretta. Il bagliore non compare su tutte le linee o le strisciate, forse perché la calcite ha spessori diversi. Per confermare l’interpretazione serviranno altri metodi, per esempio studi sulle diverse fasi della combustione del carbone.
Restano aperte anche altre domande: non è chiaro da dove provenga la materia organica che fa brillare la calcite quando non è filtrata acqua, né quale sia l’origine di un secondo tipo di fluorescenza del calcare. I ricercatori si aspettavano che il calore la facesse scomparire, ma il riscaldamento ha prodotto il bagliore arancione.
Walter e il suo gruppo ritengono che la tecnica possa essere applicata anche alle indagini forensi e al monitoraggio dei biofilm, sottili strati di microrganismi, a bordo della Stazione spaziale internazionale. Secondo il comunicato stampa, un progetto in questo ambito è già in corso. La ricerca è stata finanziata dal ministero della Cultura francese, dal CNRS e dall’Università della Sorbona.
Fonte: labrujulaverde.com


