Tra il 1975–2000 e il 2000–2013, il tasso di perdita di ghiaccio nell’Alta Asia montuosa è aumentato del 54%: da circa 12,8 a 19,7 miliardi di metri cubi l’anno. L’accelerazione potrebbe mettere a rischio la sicurezza idrica di milioni di persone che dipendono dai fiumi alimentati dai ghiacciai. A ricostruire l’andamento su un arco di tempo più lungo sono stati ricercatori della Central South University, in uno studio pubblicato sulla rivista National Science Review.
L’Alta Asia montuosa comprende l’altopiano tibetano e le catene circostanti, tra cui Himalaya, Karakoram, Kunlun, Tian Shan e Hindu Kush. Al di fuori delle regioni polari, è l’area con la maggiore quantità di ghiaccio glaciale. La sua fusione alimenta fiumi come Indo, Gange, Brahmaputra e Yangtze, da cui dipendono agricoltura, acqua potabile ed energia idroelettrica in Asia meridionale e centrale. L’apporto dei ghiacciai è particolarmente importante nelle stagioni secche, quando le piogge sono scarse e la neve si è già sciolta.
Per molto tempo, però, è stato difficile capire quanto fossero eccezionali le perdite recenti: la maggior parte delle serie di dati satellitari comincia intorno al 2000, lasciando poco documentati i decenni precedenti. Per colmare questa lacuna, il gruppo ha recuperato immagini scattate tra il 1973 e il 1980 dai satelliti da ricognizione statunitensi KH-9, declassificate in seguito. Elaborando coppie di immagini stereoscopiche — fotografie riprese da angolazioni diverse, utili a ricostruire la forma del terreno — i ricercatori hanno prodotto 145 modelli digitali di elevazione delle aree glaciali.
Questi dati sono stati integrati con le misurazioni SRTM del 2000 e con il modello digitale di elevazione Copernicus, riferito al periodo 2011–2015. Per confrontare le diverse fonti, il gruppo ha applicato un metodo di elaborazione armonizzato. Le osservazioni coprivano il 59% dell’area glaciale nel periodo più remoto e il 91% in quello successivo.
La ricostruzione mostra che tra il 1975 e il 2000 i ghiacciai persero in media circa 0,13 metri di equivalente in acqua all’anno, pari a circa 12,8 miliardi di metri cubi. L’equivalente in acqua esprime quanto volume d’acqua si otterrebbe se il ghiaccio perso si sciogliesse. Tra il 2000 e il 2013 la perdita media salì a 0,20 metri l’anno, ovvero circa 19,7 miliardi di metri cubi: un aumento del 54% in una sola generazione.
Il fenomeno non è stato uguale in tutta la regione. Nel periodo iniziale, la perdita più rapida si registrava nella catena del Gangdise. Dopo il 2000, l’accelerazione maggiore ha interessato i monti Hengduan, l’Himalaya occidentale e la catena del Nyainqentanglha. Nel Gangdise, dove la perdita è stata più intensa, i ghiacciai si assottigliavano al ritmo di 0,65 metri di equivalente in acqua all’anno.
Il quadro è diverso nel Kunlun occidentale e nel Karakoram, dove i ghiacciai sono rimasti vicini all’equilibrio. Il Kunlun è cambiato poco, mentre in alcune zone del Karakoram è stato osservato un lieve aumento. La cosiddetta anomalia del Karakoram, già documentata in precedenza, potrebbe dunque interessare un’area più estesa di quanto si pensasse. Un andamento simile è stato rilevato lungo il margine meridionale del bacino del Tarim. Per questo gli autori propongono di parlare di una «distribuzione circumbacinale del Tarim», suggerendo che il fenomeno possa essere legato alla circolazione dell’intero bacino e non soltanto a una peculiarità locale.
Le differenze potrebbero dipendere dai regimi climatici. Nelle zone occidentali, le variazioni della massa glaciale sono determinate soprattutto dalle precipitazioni liquide e dalle temperature estive. A est e a sud, dove prevale il monsone, conta maggiormente la neve, ma il riscaldamento è anche più intenso. Le variazioni delle precipitazioni potrebbero contribuire a spiegare la relativa stabilità dei ghiacciai del Karakoram rispetto alle perdite osservate altrove.
Gli studi precedenti avevano fornito dati regionali e stime riferite a singoli decenni, ma le differenze tra satelliti e metodi rendevano difficile confrontare i risultati in modo diretto. La nuova ricostruzione applica invece lo stesso metodo all’intera regione e usa un riferimento comune. Come verifica, i risultati per il periodo 2000–2013 sono in linea con una stima indipendente pubblicata da Hugonnet e colleghi, un confronto che rafforza la solidità di entrambi i set di dati.
La perdita di ghiaccio può inizialmente aumentare la portata dei fiumi, perché libera l’acqua immagazzinata nei ghiacciai. È però un effetto temporaneo: alcuni sottobacini himalayani potrebbero aver già superato il picco di fusione, il momento dopo il quale il deflusso comincia a diminuire. L’accelerazione osservata tra il 1975 e il 2013 alimenta quindi le preoccupazioni per le risorse idriche a valle. Gli autori chiedono di monitorare più da vicino le sottoregioni vulnerabili, così da individuare cambiamenti anomali prima che diventino irreversibili.
La ricostruzione offre una base di riferimento di lungo periodo per seguire l’evoluzione dei ghiacciai. Senza dati sugli anni Settanta e Ottanta, era difficile stabilire quanto fosse già cambiata la situazione; ora è possibile confrontare le osservazioni future con un quadro più ampio.
Fonte: earth.com


