Le acque poco profonde degli oceani iniziarono a perdere ossigeno circa 8 milioni di anni prima dell’estinzione di massa di fine Triassico, avvenuta 201 milioni di anni fa. Le rocce dell’Alaska indicano che il declino fu graduale e che, durante l’estinzione, la carenza di ossigeno diventò molto più grave. In quel periodo scomparve circa il 60% delle specie terrestri, mentre i dinosauri sopravvissero.
La ricostruzione è stata condotta da geologi della Virginia Tech e pubblicata il 1° aprile 2026 sulla rivista Communications Earth & Environment. Per ricostruire le condizioni degli antichi oceani, Kayla McCabe, allora dottoranda in geoscienze alla Virginia Tech e prima autrice dello studio, e i suoi colleghi hanno analizzato rocce sedimentarie raccolte a Grotto Creek, nel Wrangell–St. Elias National Park, in Alaska.
Il sito remoto è raggiungibile solo con piccoli aerei. I ricercatori vi si sono recati nel 2017, nel 2019 e nel 2022. Le rocce sedimentarie si formano quando strati di materiale si accumulano nel tempo e possono conservare tracce chimiche dell’ambiente in cui si sono depositati. Confrontando gli strati formatisi prima, durante e dopo l’estinzione, il gruppo ha ricostruito i cambiamenti dell’ossigenazione oceanica nell’arco di milioni di anni.
Le analisi geochimiche mostrano un deterioramento prolungato, non un crollo improvviso. La diminuzione iniziale dell’ossigeno potrebbe aver messo sotto pressione gli ecosistemi marini molto prima della principale fase di estinzione. Durante la crisi, le condizioni peggiorarono nettamente: le rocce documentano una perdita di ossigeno molto più grave. I risultati indicano che la carenza di ossigeno fu un fattore importante nella scomparsa delle specie marine.
Gli scienziati collegano da tempo l’estinzione di fine Triassico a enormi eruzioni vulcaniche, che contribuirono a smembrare le masse continentali, riscaldare il pianeta e provocare cambiamenti ambientali diffusi. Con temperature più alte, le rocce si disgregano più rapidamente e liberano sostanze nutritive che possono contribuire all’acidificazione degli oceani. Inoltre, l’acqua marina calda trattiene meno ossigeno disciolto, favorendo la formazione di zone morte, cioè aree povere di ossigeno in cui gli organismi marini faticano a sopravvivere.

Ben Gill
«L’aumento dell’acidità e la diminuzione dell’ossigeno sono un po’ come un uno-due», ha detto il geochimico Ben Gill. «Non doveva essere un posto molto piacevole in cui vivere».
In precedenza erano già state trovate prove di una diffusa perdita di ossigeno in prossimità dell’estinzione, ma gran parte dei dati proveniva da un’area geografica limitata. Restavano quindi da chiarire quando fosse iniziato il declino e quanto fosse esteso. Studi recenti avevano inoltre suggerito che le condizioni ambientali potessero aver cominciato a peggiorare molto prima di quanto si pensasse. «È un caso irrisolto vecchio di 200 milioni di anni», ha detto McCabe.
Non è ancora noto che cosa abbia innescato la prima diminuzione dell’ossigeno. Le grandi eruzioni vulcaniche associate all’estinzione sono considerate una delle cause principali della catastrofe ambientale, ma la nuova cronologia solleva interrogativi su quanto accadde milioni di anni prima. «Ci sono prove di un’altra provincia vulcanica che sembra coincidere, più o meno, con questo intervallo di tempo», ha detto Gill. «Ma siamo solo all’inizio del tentativo di capire che cosa sia successo».
Le testimonianze nelle rocce antiche possono aiutare a studiare le possibili conseguenze dei cambiamenti in corso oggi. Gli oceani moderni si stanno riscaldando, si stanno acidificando e stanno perdendo ossigeno. La deossigenazione è una preoccupazione anche in ambienti costieri come la baia di Chesapeake. Le condizioni attuali sono diverse da quelle del Triassico, ma capire come il riscaldamento e la carenza di ossigeno abbiano influito sulla vita marina in passato potrebbe aiutare a valutare le pressioni combinate che gli ecosistemi oceanici affrontano oggi.
«La Terra ha già affrontato questo esperimento in passato. Abbiamo prove che il clima si riscalda e che poi seguono tutti questi altri effetti a cascata», ha detto Gill. «Ci dà un’idea di ciò che possiamo aspettarci».
Lo studio, intitolato «La deossigenazione dell’oceano equatoriale della Panthalassa precedette l’estinzione di massa di fine Triassico», è firmato da Kayla E. McCabe, Selva M. Marroquín, Andrew H. Caruthers, Jeremy D. Owens, Martyn L. Golding, Rachel E. B. Reid, Theodore R. Them II, João P. Trabucho-Alexandre, Yorick P. Veenma e Benjamin C. Gill. La ricerca è stata finanziata dalla National Science Foundation, dalla National Geographic Society, dall’Alaska Geological Society, dal Dipartimento di Geoscienze della Virginia Tech e dal Dean’s Discovery Fund del College of Science della Virginia Tech. DOI: 10.1038/s43247-026-03362-w
Fonte: scitechdaily.com


