Un recente studio pubblicato su Annals of the New York Academy of Sciences ha fornito nuove prove sul destino di due individui di Homo habilis vissuti circa 1,8 milioni di anni fa nella gola di Olduvai, in Tanzania. Secondo la ricerca, guidata dall’archeologo Manuel Domínguez-Rodrigo, i resti fossili mostrano segni inequivocabili di predazione da parte di leopardi.
I due scheletri analizzati, noti come OH 7 (un giovane) e OH 65 (un adulto), presentano sulle ossa tracce di morsi attribuibili a grandi felini. Grazie a un sistema di intelligenza artificiale basato sulla computer vision, i ricercatori hanno potuto distinguere con oltre il 90% di accuratezza i segni lasciati dai leopardi rispetto a quelli di altri carnivori.
Le analisi hanno individuato perforazioni e lacerazioni in punti del cranio e della mandibola che indicano un consumo diretto dei tessuti molli, compresa la lingua. La frammentarietà degli scheletri suggerisce che i predatori abbiano smembrato le carcasse, consumando gran parte della carne e lasciando resti limitati. Fino a oggi, tali evidenze non erano mai state documentate con questa precisione.
Il risultato ridisegna l’immagine dei primi ominidi: non solo cacciatori e raccoglitori, ma anche prede esposte alla pressione dei grandi carnivori africani. La coesistenza con predatori come i leopardi avrebbe influito sulle strategie di sopravvivenza, favorendo lo sviluppo di comportamenti collettivi e di strumenti per la difesa.
Oltre al dato archeologico, lo studio rappresenta un avanzamento metodologico. L’uso dell’intelligenza artificiale supera i limiti delle tradizionali tecniche di confronto visivo, che spesso non permettono di attribuire con certezza le tracce di predazione. Questo approccio apre la strada a nuove applicazioni nello studio dei fossili, consentendo una ricostruzione più dettagliata delle interazioni tra ominidi e fauna.
In prospettiva, la ricerca rafforza l’idea che l’evoluzione umana sia stata plasmata non solo dalla capacità di adattarsi all’ambiente, ma anche dalla necessità di sfuggire a predatori altamente specializzati. Una dinamica che, almeno nel Pleistocene, ha collocato l’uomo primitivo nel duplice ruolo di predatore e preda.
