Cos’è il gigantesco “Occhio del Sahara” fotografato dalla NASA ?

L'enigma dell'Occhio del Sahara: tra doming magmatico, processi idrotermali e la nuova sfida della conservazione globale.

La struttura di Richat, nota come l’ “Occhio del Sahara“, ha rappresentato per decenni uno degli enigmi geologici più affascinanti della Terra. Situata nel bacino di Taoudenni, in Mauritania, questa spettacolare formazione circolare di 40 chilometri di diametro è stata a lungo oggetto di dibattito scientifico, oscillando tra l’ipotesi di un impatto meteoritico e quella di una complessa origine endogena. Lo studio pubblicato su Geology da Matton et al. (2005) fornisce una risoluzione definitiva a questo enigma, delineando un modello evolutivo basato su processi magmatici e idrotermali.

L’evidenza scientifica presentata dai ricercatori indica che la struttura di Richat è l’espressione superficiale di un complesso alcalino del Cretaceo. Il processo ebbe inizio con un fenomeno di doming (inarcamento): la risalita di un corpo magmatico nel sottosuolo ha spinto verso l’alto la sequenza sedimentaria preesistente, composta da rocce che vanno dal Proterozoico superiore all’Ordoviciano.

Questo sollevamento ha creato una cupola strutturale i cui fianchi sono stati successivamente modellati dall’erosione differenziale. Le caratteristiche creste concentriche, chiamate cuestas, derivano dalla resistenza variabile degli strati di quarzite rispetto ai sedimenti più teneri, che immergono verso l’esterno con angolazioni comprese tra 10° e 20°.

L’elemento più critico per comprendere il nucleo della struttura è la presenza di una vasta breccia silicea, che copre un’area di circa 3 chilometri di diametro al centro del complesso. Contrariamente a quanto accade nei crateri da impatto, dove le brecce sono il risultato di uno shock meccanico estremo, le analisi petrologiche hanno rivelato che la breccia di Richat si è formata attraverso processi di dissoluzione carsica e successivo collasso. Il calore generato dal complesso magmatico sottostante ha innescato la circolazione di fluidi idrotermali. Questi fluidi, ricchi di sostanze chimiche attive, hanno disciolto i livelli di calcare e dolomite all’interno del nucleo della cupola, creando enormi cavità sotterranee. Il conseguente collasso gravitazionale di queste cavità ha generato la breccia lenticolare osservata oggi. La natura idrotermale è confermata dalla presenza di K-feldspato neoformato e sedimenti interni silicizzati che riempiono i vuoti della roccia.

Lo studio documenta inoltre una ricca varietà di rocce magmatiche che attraversano la struttura, tra cui dike anulari basaltici (gabbrici), ovvero intrusioni circolari che seguono la geometria della cupola, e intrusioni kimberlitiche e carbonatiti, segni distintivi di un magmatismo alcalino profondo databile tra 85 e 99 milioni di anni fa. L’assenza di minerali da shock (come il quarzo metamorfosato) o di anomalie geofisiche tipiche degli impatti meteoritici esclude definitivamente l’origine extraterrestre, confermando che l’ “Occhio” è un prodotto autoctono della dinamica crostale terrestre.

In sintesi, la struttura di Richat non è il segno di un antico scontro con un asteroide, ma una complessa architettura geologica creata dalla terra stessa. Immaginate una gigantesca bolla di magma che, circa 100 milioni di anni fa, ha spinto verso l’alto la superficie del deserto; questo sollevamento ha fratturato le rocce e permesso a fluidi caldissimi di scavare il sottosuolo, creando enormi grotte che poi sono crollate su se stesse. Nel corso dei millenni, il vento e l’erosione hanno “scoperchiato” questa cupola, mettendo a nudo gli strati circolari e creando l’incredibile disegno concentrico che oggi ammiriamo dallo spazio.

Fonte: https://pubs.geoscienceworld.org/gsa/geology/article-abstract/33/8/665/103793/Resolving-the-Richat-enigma-Doming-and