Una rete stradale di 300.000 chilometri capace di stringere l’Europa, il Nord Africa e il Medio Oriente in un’unica, fitta ragnatela di pietra. Molte di queste arterie secolari sono passate alla storia per una caratteristica geometrica quasi innaturale: la loro assoluta rettilineità.
I segmenti rettilinei non erano rari. La Via Appia ne conteneva tratti lunghissimi nei suoi oltre 500 chilometri tra Roma e Brindisi; lo stesso valeva per la Stane Street in Inghilterra — che univa Londra a Chichester per quasi cento chilometri — o per la grande arteria costiera mediorientale da Antiochia fino all’attuale Gaza. Un recente progetto di mappatura ha rimesso ordine tra queste direttrici, sollevando la questione di come gli ingegneri dell’epoca potessero evitare deviazioni in assenza di tecnologia satellitare.
Tre strumenti topografici costituiscono la risposta tecnologica a questo enigma. Adriana Panaite, ricercatrice presso l’Istituto di Archeologia “Vasile Pârvan” in Romania, individua nella dioptra, nel chorobates e nella groma i pilastri della pianificazione viaria romana.
Se della dioptra non sono rimasti esemplari fisici, ma solo descrizioni testuali che evocano un tubo di mira montato su un disco per traguardare oggetti distanti senza interferenze luminose, il chorobates fungeva invece da gigantesca livella. Lungo circa sei metri, simile a un tavolo stretto munito di fili a piombo, serviva a calcolare i piani orizzontali e le pendenze del terreno.
L’attrezzo decisivo per tagliare i territori in linea retta era però la groma.
Joseph Lewis, archeologo dell’Università di Cambridge, la descrive come una pertica verticale sormontata da una croce orizzontale a X, dalle cui estremità pendevano quattro fili a piombo. Questo dispositivo permetteva ai topografi (mensores) di stabilire angoli retti perfetti e di allineare i tracciati su grandi distanze nei terreni pianeggianti.
I topografi si posizionavano a intervalli regolari. Quello fermo a un’estremità guidava visivamente i movimenti dei colleghi più distanti, ordinando loro di spostare le proprie pertiche finché non risultavano perfettamente allineate con i pesi della propria groma. Una volta fissata la retta ideale, il tracciato veniva adattato per aggirare ostacoli insormontabili, come sezioni montuose troppo ripide per i carri, fiumi da guadare o la necessità di connettere insediamenti preesistenti.
Non esisteva un protocollo standardizzato applicato ovunque. Marion Kruse, storico dell’Università di Cincinnatí, invita a non considerare la costruzione delle strade come un blocco monolitico: le tecniche si sono evolute e diversificate lungo i secoli e nelle diverse province dell’Impero, talvolta integrando e raddrizzando vecchi sentieri preesistenti.
A variare era anche la forza lavoro. Richard Talbert, professore emerito alla University of North Carolina, ricorda che i cantieri vedevano l’impiego alternato di legionari, schiavi, prigionieri di guerra e residenti locali costretti alle corvées. Manodopera specializzata a pagamento interveniva invece per le opere d’ingegneria complessa, come i ponti.
L’idea che le strade romane fossero sempre e comunque tese come corde è in parte un mito. Tom Brughmans, archeologo della Aarhus University in Danimarca, specifica che i rettilinei venivano cercati preferibilmente dove la topografia offriva meno resistenza, ovvero nelle grandi pianure. Di fronte a montagne o gole, gli ingegneri rinunciavano alla linea retta in favore di curve e tornanti.
Per capire come funzionavano questi strumenti senza perdersi nei dettagli geometrici, basta immaginare un gruppo di geometri moderni che, privi di mirini laser e GPS, piantano una fila di pali nel terreno guardando attraverso una fessura: se il secondo palo copre perfettamente il terzo, e il terzo copre il quarto, la linea è dritta. I romani facevano esattamente questo, usando pesi di piombo per essere sicuri che i pali fossero dritti rispetto al terreno e specchietti per traguardare l’orizzonte.
https://www.livescience.com/archaeology/romans/how-did-the-romans-build-such-straight-roads
