Le proteine conservate nello smalto di 23 denti di Homo naledi non contengono tracce di un marcatore maschile. Il risultato suggerisce che gli individui analizzati, almeno 20, potrebbero essere stati tutti femmine. Ma non lo dimostra: una mutazione o la perdita del gene responsabile del marcatore potrebbe spiegare la sua assenza anche se nella camera erano presenti maschi.
La ricerca, condotta da studiosi dell’Università di York, dell’Università di Copenaghen e di oltre dieci altri istituti internazionali, è stata pubblicata il 24 giugno 2026 sulla rivista Cell. Lo studio ha analizzato la più ampia popolazione di ominini estinti mai esaminata finora attraverso le proteine.
I fossili provengono dalla camera di Dinaledi, nel sistema di grotte di Rising Star, in Sudafrica, dove Homo naledi fu scoperto nel 2013. Questa specie, vissuta tra 335.000 e 241.000 anni fa, combinava tratti primitivi simili a quelli delle scimmie con caratteristiche umane. Da oltre un decennio i ricercatori si interrogano sulla notevole somiglianza tra i resti degli adulti trovati nella camera: ci si aspetterebbero differenze fisiche più marcate tra maschi e femmine.
Per cercare di chiarire il mistero, il gruppo ha estratto dallo smalto dei denti frammenti microscopici di proteine, chiamati peptidi, usando una tecnica di incisione acida che danneggia poco i fossili. I ricercatori hanno cercato l’amelogenina-Y, una proteina codificata da un gene del cromosoma Y e associata ai maschi, senza trovarne traccia. Un laboratorio specializzato in chimica dell’Università di York ha inoltre analizzato gli amminoacidi, i componenti delle proteine, per verificare che i campioni non fossero contaminati da materiale moderno.
Palesa Madupe, che ha svolto il lavoro durante la sua ricerca post-dottorato all’Università di Copenaghen, ha sottolineato che lo smalto, il tessuto più duro del corpo umano, protegge le proteine dalla contaminazione ambientale. Per questo, a differenza di quelle presenti in altri resti, come i frammenti ossei, le proteine dello smalto possono conservarsi anche per milioni di anni e offrire informazioni biologiche molto antiche.
Se la camera di Dinaledi fosse stata un luogo di sepoltura riservato alle femmine, potrebbe rappresentare il primo caso noto di sepoltura destinata a un solo sesso da parte di una specie diversa da Homo sapiens. Una simile pratica suggerirebbe un trattamento simbolico e complesso dei defunti, considerato finora esclusivo degli esseri umani moderni, e aprirebbe nuove domande sull’organizzazione sociale di Homo naledi. Tuttavia, l’ipotesi dipende dalla possibilità che l’assenza del marcatore rifletta davvero il sesso degli individui. Per approfondire il dibattito sulle pratiche funerarie di Homo naledi, gli studiosi continuano a confrontare le diverse interpretazioni dei reperti.
«L’assenza di marcatori maschili nel gruppo è davvero affascinante. È incredibilmente emozionante poter gettare uno sguardo non solo sulla biologia dei nostri antenati, ma anche sul loro modo di vivere», ha dichiarato Marc Dickinson, del Dipartimento di Chimica dell’Università di York. «Questi risultati offrono rare informazioni su una cultura che finora è stato difficile studiare direttamente. I progressi nell’analisi delle proteine antiche stanno aprendo la strada a una comprensione molto più ricca e articolata degli ominini del passato».
Gli autori indicano anche una possibile spiegazione biologica alternativa: se la popolazione di Homo naledi fosse stata molto isolata, il gene che codifica l’amelogenina-Y potrebbe essere mutato o essere andato perduto. In tal caso, nella camera potrebbero esserci stati anche maschi, ma i loro denti non avrebbero conservato il consueto marcatore.
Lo studio è intitolato «Analisi proteomica dello smalto dentale di 20 individui di Homo naledi: nessun marcatore maschile». Gli autori sono Palesa P. Madupe, Alberto J. Taurozzi, Claire Koenig, Ioannis Patramanis, Fazeelah Munir, Marc R. Dickinson, Meaghan Mackie, Gaudry Troché, Glendon Parker, Pelagia Kyriakidou, Patrick Mahoney, Gina McFarlane, Bernhard Zipfel, Jürgen Cox, Kirsty Penkman, Lauren Schroeder, Rebecca R. Ackermann, Jesper V. Olsen, John Hawks, Lee Berger ed Enrico Cappellini. DOI: 10.1016/j.cell.2026.05.044. Per seguire gli aggiornamenti, aggiungi la fonte su Google o su Google News.
Fonte: scitechdaily.com


