I cani da slitta artici hanno le ossa della parte inferiore delle zampe circa il 6 per cento più corte, rispetto alle dimensioni del corpo, di quelle di lupi, cani di villaggio e cani di tipo spitz. La stessa caratteristica compare nei resti di cani della Čukotka, nell’estremo oriente russo, vissuti fino a 2.000 anni fa. Secondo uno studio guidato dall’archeologo Mitya Kletzerman dell’Università di Haifa, questa conformazione potrebbe aver aiutato gli animali a trainare carichi pesanti senza perdere l’equilibrio. La ricerca, realizzata con coautori dell’Istituto di ecologia ed evoluzione Severtsov di Mosca, dell’Università di Tel Aviv e dell’Università dell’Algarve, in Portogallo, è stata pubblicata sulla rivista iScience.
Gli attrezzi da slitta si conservano raramente nel terreno: per gran parte della storia delle slitte trainate da cani, gli animali stessi sono quindi tra le poche tracce archeologiche disponibili. Le ossa potrebbero offrire un indizio per riconoscere i cani da lavoro anche nei siti in cui le slitte sono scomparse.
Per capire quale corporatura sia più adatta alla trazione, il gruppo ha prima esaminato le forze che agiscono sul cane. Quando è fermo, l’animale sostiene circa il 60 per cento del proprio peso sulle zampe anteriori e il 40 per cento su quelle posteriori. Ma quando si inclina per tendere i finimenti, la slitta tira all’indietro mentre le zampe spingono in avanti: queste forze tendono a far ruotare il cane e a sollevargli il muso. Le zampe posteriori devono così sostenere una quota maggiore del peso.
I calcoli dei ricercatori suggeriscono che dimezzare l’altezza del centro di massa — il punto in cui si può considerare concentrato il peso del corpo — potrebbe raddoppiare la forza di trazione che un cane riesce a esercitare prima di ribaltarsi all’indietro. Un effetto simile si otterrebbe spostando il centro di massa in avanti di un decimo della lunghezza del corpo. Nelle brevi trazioni al massimo sforzo, quando lavorano soltanto le zampe posteriori, abbassare il centro di massa raddoppierebbe comunque la forza, mentre spostarlo in avanti la aumenterebbe di circa il 17 per cento. Per trainare carichi pesanti, dunque, sarebbe vantaggioso portare il peso più in basso.
Il gruppo ha poi misurato cinque ossa lunghe delle zampe di 80 animali moderni: 22 cani da slitta da lavoro provenienti da Groenlandia, Čukotka e Kamčatka, 32 cani di villaggio e randagi, 13 cani di tipo spitz e 13 lupi. I cani da slitta erano i più alti del campione, con un’altezza stimata al garrese — il punto più alto del dorso, alla base del collo — di 57,3 centimetri; soltanto i lupi erano più grandi.
Per confrontare animali di taglia diversa, i ricercatori hanno rapportato le misure delle ossa alle dimensioni complessive di ciascun individuo. Dopo questa correzione, tre ossa sono risultate più corte nei cani da slitta di circa il 6 per cento rispetto agli altri gruppi: il radio e l’ulna, le due ossa dell’avambraccio, e la tibia, nella parte inferiore della zampa posteriore. La differenza non dipendeva dal sesso degli animali e non era spiegata dai climi freddi da cui provenivano i cani da slitta.
I cani artici sembrano appartenere a una linea evolutiva distinta, formatasi circa 9.500 anni fa. Le più antiche prove conosciute dell’uso delle slitte — parti di una slitta trovate accanto a resti di cani sull’isola di Žochov, nell’Artico russo — risalgono a circa 9.000 anni fa.
Per verificare se la stessa conformazione fosse presente anche in passato, i ricercatori hanno analizzato 82 ossa antiche provenienti da tre siti della penisola dei Čukči, oltre lo stretto di Bering rispetto all’Alaska: Paipelghak, Kaniskak ed Ekven. I siti, datati tra i primi secoli avanti Cristo e il XVI secolo dopo Cristo, sono associati ad antiche comunità artiche, antenate delle popolazioni indigene moderne della regione.
Il gruppo ha stimato la probabilità che ciascun osso appartenesse a un cane da slitta. Tutte e 15 le ossa del braccio erano compatibili con questa ipotesi, così come 20 delle 25 ossa dell’avambraccio e 38 delle 42 tibie. Nel complesso, l’89 per cento delle ossa corrispondeva al profilo dei cani da slitta. Anche tre cani sepolti intenzionalmente hanno ottenuto un punteggio compatibile.
In un’intervista a Earth.com, Kletzerman ha raccontato il caso di uno di questi animali, rinvenuto nel 2009 a Paipelghak sotto il pavimento di legno di un passaggio che conduceva fuori da una casa. Il permafrost aveva conservato il suo folto pelo marrone. Era un maschio anziano, di circa dieci anni; vicino alla coda erano stati deposti un osso penico di tricheco e un frammento tagliato di corno di renna. «Abbiamo individuato possibili tracce di un’imbracatura nel pelo di questo cane», ha detto Kletzerman.
Secondo il ricercatore, le mute di cani permettevano alle persone di cacciare insieme e di scambiarsi idee tra comunità. La tecnologia delle slitte, però, potrebbe aver influenzato anche i cani da cui dipendeva.
Le ossa non permettono di stabilire come sia comparsa la caratteristica delle zampe più corte. Kletzerman ha spiegato a Earth.com che il gruppo non ha prove solide del fatto che le comunità artiche preistoriche allevassero deliberatamente i cani per ottenere tratti specifici. Una selezione meno intenzionale potrebbe essere una spiegazione più plausibile.
«Non era necessario selezionare i cani per la resistenza al freddo», ha detto Kletzerman. «Vivevano e dormivano nella neve, e quelli che non avevano il mantello adatto avevano meno probabilità di sopravvivere e riprodursi. Quando le persone hanno cominciato a fare affidamento sui cani per la trazione, gli animali fisicamente più adatti a questo lavoro avevano maggiori probabilità di resistere e lasciare discendenti», ha aggiunto. «È probabile che questo processo di selezione non fosse diretto consapevolmente dagli esseri umani, ma fosse determinato dalle condizioni di lavoro che avevano creato per i cani».
Le pratiche di gestione degli animali da lavoro, ha osservato Kletzerman, potevano cambiare da una comunità all’altra e nel tempo. «Queste pratiche probabilmente cambiavano tra le comunità e nel tempo, combinando l’esperienza pratica accumulata con concezioni degli animali e del mondo specifiche di ciascuna cultura», ha detto a Earth.com.
Sono possibili anche altre spiegazioni. I cani da slitta artici condividono antenati, perciò le loro proporzioni potrebbero essere state ereditate e poi mantenute perché utili. Inoltre, questi cani cominciano a lavorare prima che lo scheletro abbia completato la crescita: i carichi pesanti in giovane età possono rallentare l’allungamento delle ossa. Un effetto simile potrebbe derivare da una dieta ricca di vitamina A, che potrebbe essere stata somministrata ai cani artici.
Le zampe corte, da sole, non bastano a identificare un cane da slitta. Gli autori sottolineano che proporzioni simili possono comparire anche in linee canine influenzate da fattori diversi dal traino. Il criterio è quindi utile soltanto nei contesti in cui l’uso delle slitte è già un’ipotesi plausibile.
Inoltre, la maggior parte delle ossa antiche era isolata e non apparteneva a uno scheletro completo: le valutazioni indicano una probabilità, non una certezza. Nei tre siti non sono state finora trovate prove chiare della presenza di slitte accanto ai cani. Restano da chiarire quanto indietro nel tempo risalga questa conformazione e quanto fosse diffusa nell’Artico. Il gruppo di Kletzerman ha una prima impressione che il tratto fosse più marcato in alcuni cani antichi che nei cani da slitta moderni.
Il prossimo studio del gruppo analizzerà l’interno delle ossa per capire come l’accorciamento possa averne modificato la resistenza. Se il quadro complessivo sarà confermato, anche un singolo osso della zampa potrebbe aiutare gli archeologi a riconoscere un cane che trainava slitte, persino nei siti in cui queste si sono decomposte da tempo.
Fonte: earth.com


