Gli europei mangiavano le mummie egizie come medicina: una pratica antica che oggi torna sotto la lente della scienza

Analizzati 24 reperti e 41 testi storici dall’Università di Marburgo. In laboratorio un estratto ha protetto cellule dai virus influenzali, ma poco

Gli europei mangiavano le mummie egizie come medicina: una pratica antica che oggi torna sotto la lente della scienza

Un gruppo dell’Università di Marburgo, in Germania, ha analizzato la chimica dei preparati a base di mummia che per secoli i farmacisti europei hanno venduto come medicina. In un test di laboratorio, l’estratto di uno di questi preparati storici ha protetto in modo modesto cellule in coltura dai danni causati dai virus dell’influenza. Lo studio è stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences. Il campione usato per il test proviene dalla collezione storica di farmaci Wigand di Marburgo ed era un preparato etichettato Mumia vera. Le cellule erano MDCK, derivate da rene di cane e usate di routine nella ricerca sull’influenza. Il risultato riguarda quindi cellule in provetta, non persone. Gli autori non sanno cosa produca l’effetto: potrebbero contare composti presenti in piccole quantità o l’azione combinata di più ingredienti. Proteggere una cellula dal danno non equivale a dimostrare che il virus smetta di riprodursi, e l’esperimento non ha mostrato che l’estratto funzioni nell’uomo o sia sicuro.

Il termine “mumia” nasce da una confusione. Nel Medioevo indicava il bitume medicinale, poi fu associato ai corpi egizi anneriti dalle resine. Nel Rinascimento le farmacie europee vendevano polvere di mummia per ferite e disturbi interni. La richiesta era tale che, secondo le ricostruzioni, i mercanti spacciavano per antichi i corpi di persone morte da poco. Nel Cinquecento il chirurgo francese Ambroise Paré ne sconsigliò la prescrizione. Un’analisi storica del 2025 ha concluso che questi rimedi potevano essere peggio che inutili, e in alcuni casi dannosi.

Per capire cosa contenessero, i ricercatori hanno esaminato 41 testi storici e analizzato chimicamente 24 oggetti conservati in musei e collezioni universitarie: preparati di farmacia, residui di imbalsamazione, bende, parti di corpi mummificati. La composizione varia molto, e in molti campioni ci sono tracce di resine di conifere invecchiate. In due oggetti, un cranio mummificato di circa 2.700 anni e un preparato farmaceutico del Settecento, sono comparsi composti associati all’aloe, tra cui l’aloeresina A, confermata con un campione di riferimento. Secondo gli autori è la prima prova molecolare di un legame tra aloe e materiali di imbalsamazione egizi.

Nei testi antichi “aloe” poteva indicare anche l’agarwood, un materiale profumato ricavato da alcuni alberi. I composti trovati puntano invece al genere Aloe. “I nuovi risultati suggeriscono che questo legame possa avere radici storiche più profonde“, ha dichiarato Tanja Pommerening, professoressa a Marburgo e direttrice dell’Istituto di storia della farmacia e della medicina. Il quadro resta limitato. L’aloe è comparsa in due oggetti su 24, troppo pochi per dire che fosse usata di routine nell’imbalsamazione, e il suo eventuale ruolo nelle proprietà dei preparati è una questione aperta. Il campione testato contro l’influenza era diverso dai due che hanno mostrato l’aloe. Nel resoconto non sono indicati i ceppi virali, le concentrazioni né l’entità della protezione.

https://www.zmescience.com/science/anthropology/egyptian-mummy-medicine-flu-study

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