Nel Golfo del Messico pesci e calamari sono ancora in forte calo dopo la marea nera

Uno studio guidato dalla Nova Southeastern University e pubblicato su PNAS rileva che, dopo il disastro della Deepwater Horizon, l’abbondanza dei pesci è diminuita del 63,5 per cento.

16 anni dopo la fuoriuscita di petrolio della Deepwater Horizon, la vita negli abissi del Golfo del Messico non mostra segni di ripresa

A 16 anni dal disastro della Deepwater Horizon, l’abbondanza di animali pelagici che vivono nelle acque profonde del Golfo del Messico risulta ancora fortemente ridotta: rispetto ai livelli osservati dopo la fuoriuscita, i pesci sono diminuiti del 63,5 per cento, i crostacei del 62 per cento e i cefalopodi, soprattutto calamari, del 59,7 per cento. Lo indica uno studio condotto da ricercatori di istituti statunitensi e guidato dall’oceanografa Tracey Sutton della Nova Southeastern University, pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences.

Nel 2010 un guasto catastrofico alla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon provocò la più grande fuoriuscita di petrolio nella storia degli oceani terrestri. Nei 87 giorni necessari a chiudere il pozzo, circa 134 milioni di galloni di greggio — circa 507 milioni di litri — e 7,7 miliardi di piedi cubi standard di gas finirono nel Golfo del Messico.

Per studiare gli effetti sulla fauna, il gruppo di Sutton ha esaminato le specie pelagiche profonde, cioè quelle che vivono nelle zone più profonde della colonna d’acqua. I primi campioni furono raccolti con reti nel 2011, poco dopo la fuoriuscita; le campagne successive si svolsero dal 2015 al 2023. In totale, i ricercatori hanno effettuato oltre 2.000 retate, rilevando un netto calo dell’abbondanza degli animali.

«Abbiamo osservato questo forte calo», ha detto Sutton a Seth Borenstein dell’Associated Press. «La domanda era: perché? Abbiamo quindi esaminato tutte le variabili naturali che pensavamo potessero spiegarlo, ovvero temperatura, disponibilità di ossigeno e cibo. Nessuna di queste varia in corrispondenza del calo. L’unico evento che coincide è la fuoriuscita di petrolio. Perciò riteniamo che sia la causa più probabile del declino».

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Un cambiamento radicale nell’abbondanza della fauna nectonica degli strati profondi dell’oceano
pesci, grandi crostacei e cefalopodi

Tra i gruppi più colpiti figurano anche specie importanti per il funzionamento dell’ecosistema e come prede per gli animali ai livelli superiori della catena alimentare. Il krill è diminuito del 72,8 per cento, i pesci lanterna del 62,9 per cento e i pesci bocca di velluto del genere Cyclothone del 69 per cento. «I gruppi tassonomici che hanno subito il calo maggiore sono anche considerati i più importanti dal punto di vista ecologico in mare aperto, per numero complessivo, ciclo biogeochimico e disponibilità di prede per i livelli trofici superiori», scrivono gli autori.

Molti di questi animali fanno parte dello «strato di scattering profondo»: un insieme di pesci, calamari e altre creature che di notte risale verso la superficie e all’alba torna in profondità, percorrendo ogni giorno centinaia di metri in verticale. Questo movimento contribuisce alla cosiddetta pompa biologica, il processo con cui il carbonio viene trasportato e sequestrato nelle profondità oceaniche.

«Tutti questi animali sono prede essenziali per l’ecosistema e alimentano le economie della pesca e del turismo che le persone hanno costruito attorno a esso», affermano i ricercatori. Il biologo marino Kevin Boswell sottolinea che «la comunità di organismi che compone lo strato di scattering profondo è un insieme variegato di animali». E aggiunge: «Poter misurare i cambiamenti dell’ecosistema con metodologie indipendenti conferma con forza che l’ecosistema delle acque intermedie ha subito una trasformazione significativa».

Le possibili conseguenze del declino potrebbero riguardare anche gli animali che dipendono da queste prede. Alcuni ricercatori imbarcati hanno riferito di aver avvistato «balene magre»; inoltre, i capodogli, un tempo osservati in luoghi prevedibili, sembrano spostarsi in modo irregolare nel Golfo alla ricerca di cibo. Queste osservazioni, tuttavia, non dimostrano da sole che il calo degli organismi profondi ne sia la causa. Il disastro della Deepwater Horizon potrebbe aver avuto effetti devastanti anche sui delfini.

Secondo gli autori, la fuoriuscita è «la spiegazione più semplice» dei cambiamenti osservati. «Le prove disponibili escludono i fenomeni naturali come probabili cause e suggeriscono che il declino sia stato probabilmente innescato da un evento di inquinamento su vasta scala e dalle relative misure di contenimento», scrivono. Tra queste misure ci fu l’iniezione, vicino alla testa del pozzo, di circa 770.000 galloni di Corexit 9500A, un disperdente chimico.

Il prodotto serviva a frammentare il petrolio e a limitare la formazione di grandi chiazze in superficie, che avrebbero potuto soffocare la vita marina nel Golfo e lungo le coste. Ma la contaminazione si estese più di quanto suggerissero le immagini satellitari: residui di petrolio raggiunsero anche il fondale marino. Sia il greggio sia il disperdente sono tossici per la vita marina, in particolare per lo zooplancton, l’insieme di piccoli organismi che costituisce la base delle catene alimentari marine. La loro combinazione può danneggiare lo zooplancton più del solo petrolio.

Nel 2014 alcuni scienziati avevano previsto che «l’impatto negativo del petrolio greggio e del disperdente sul microzooplancton potrebbe interrompere il trasferimento di energia dai livelli trofici inferiori a quelli superiori e modificare la struttura e le dinamiche delle comunità planctoniche marine». La nuova ricerca potrebbe documentare effetti coerenti con quella previsione.

«I nostri risultati sono particolarmente preoccupanti perché si tratta di specie abbondanti e diffuse, che in passato forse non sarebbero state considerate vulnerabili», afferma il biologo marino Pedro Peres della Florida International University. «Anche le specie che sembrano abbondanti possono subire cambiamenti sostanziali, che rischiano di passare inosservati in assenza di monitoraggio».

Gli autori descrivono «un calo improvviso e persistente della fauna pelagica profonda di un grande ecosistema marino, che ha portato a una condizione duratura di bassa abbondanza, conforme ai criteri di un cambiamento di regime ecologico». Non è ancora chiaro se la fauna potrà riprendersi né quanto tempo potrebbe servire. «Data la stretta interconnessione della vita marina nel Golfo in particolare, è probabile che questi cali si ripercuotano sull’intero sistema, dall’alto verso il basso, alterando le funzioni dell’ecosistema a più livelli», concludono i ricercatori.

Fonte: sciencealert.com

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