A Manduria una tomba dipinta custodisce 2 iscrizioni: la donna potrebbe essere stata sacerdotessa

La sepoltura messapica, datata tra il IV e il III secolo a.C., è stata scoperta nel Parco archeologico delle Mura messapiche. Il legame con il culto di Demetra resta da verificare.

Una chiave dipinta su una tomba di 2.200 anni fa fa pensare a una sacerdotessa di Demetra

La Tomba 17 di Manduria, in Puglia, risale al IV-III secolo a.C. e conserva due iscrizioni in messapico e decorazioni dipinte. Le prime interpretazioni suggeriscono che la donna sepolta fosse legata al culto di Demetra, forse con un ruolo sacerdotale, ma l’ipotesi dovrà essere verificata con lo studio completo delle iscrizioni.

I risultati degli scavi sono stati annunciati il 29 ottobre 2026 dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Brindisi, Lecce e Taranto, l’ente del Ministero della Cultura che tutela il patrimonio di questa parte della Puglia. Le indagini, finanziate dal Ministero, si sono svolte nel Parco archeologico delle Mura messapiche di Manduria e hanno interessato la Porta Est e il settore meridionale del sito.

Gli archeologi hanno documentato un’antica strada, utile a ricostruire l’organizzazione della città, e studiato 24 sepolture datate tra il IV e il III secolo a.C., quando Roma non controllava ancora l’Italia meridionale.

La Tomba 17 è una fossa scavata nella roccia, che in origine era chiusa da tre grandi lastre di pietra. Una reca un’iscrizione in messapico. All’interno, le pareti sono decorate con un motivo a meandro — una linea ad angoli retti che si ripete formando una cornice — e con due figure che potrebbero rappresentare una chiave di santuario e un bruciaprofumi. Sulla faccia interna di una delle lastre è dipinta in rosso e blu una seconda iscrizione messapica.

I Messapi abitavano il tacco d’Italia prima della conquista romana. La loro lingua si estinse intorno al II secolo a.C. Ne restano circa 600 iscrizioni, scritte con un alfabeto derivato dal greco occidentale. Gli studi linguistici indicano che i Messapi presero l’alfabeto in prestito da Taranto, la vicina colonia greca tradizionalmente fondata dagli Spartani, e che la loro cultura si ellenizzò profondamente. La lingua, però, non era greca: i linguisti la classificano come indoeuropea del ramo balcanico, forse più vicina all’albanese, anche se il legame è ancora discusso. È un po’ come il vietnamita, che si scrive con lettere latine ma non è una lingua latina.

sacerdotessa della tomba Demetra mandarìa messapica
L’iscrizione con la chiave. Credito: Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio Brindisi Lecce e Taranto

Le iscrizioni messapiche sono per lo più brevi: nomi, dediche e formule funerarie. Nel 2025 Michele Bianconi, Marta Capano e Paolo Sabattini, dell’Università di Oxford e di altri istituti, hanno scritto sulla rivista Indo-European Linguistics che le testimonianze sono troppo scarse per ricostruire con sicurezza persino i suoni della lingua. Ogni nuovo testo può quindi essere importante. La Soprintendenza non ha ancora reso noto il contenuto delle due iscrizioni di Manduria: per conoscerne la traduzione completa occorrerà attendere gli studi specialistici.

Le immagini dipinte offrono alcuni indizi, ma non una risposta definitiva. Il meandro era un motivo comune nella ceramica e negli edifici greci. Il bruciaprofumi, chiamato thymiaterion, era usato nei rituali del mondo greco. La chiave di un santuario, invece, rimanda a un ruolo più specifico: nella tradizione greca, chi custodiva le chiavi di un tempio era una persona fidata, legata al culto, e la chiave divenne un emblema delle sacerdotesse. La Soprintendenza precisa tuttavia che le figure possono essere interpretate come una chiave e un bruciaprofumi: l’identificazione non è certa.

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L’iscrizione della sacerdotessa. Credito: Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio Brindisi Lecce e Taranto

Le prime letture epigrafiche e iconografiche suggeriscono che la donna sepolta avesse importanti funzioni sacerdotali nel culto di Demetra, dea greca dell’agricoltura e dei cicli della vita e della morte. L’ipotesi si inserisce in un quadro già noto. Nel 2013 l’epigrafista Mario Lombardo, dell’Università del Salento, ha esaminato le iscrizioni funerarie messapiche e ha rilevato che diverse contengono la parola tabara, «sacerdotessa». In alcuni casi il termine compare come titolo, in altri accanto ai nomi delle dee Damatra, la Demetra locale, e Afrodite.

sacerdotessa della tomba Demetra mandarìa messapica
Veduta generale degli scavi. Credito: Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio Brindisi Lecce e Taranto

Lombardo ha osservato che queste iscrizioni si concentrano nelle città tra Taranto e Brindisi. A suo giudizio, non è possibile estendere le conclusioni all’intero mondo messapico: le testimonianze sembrano legate ai contatti con la colonia greca. Il culto di Demetra è comunque ben documentato nella regione. Dal santuario di Monte Papalucio, a Oria, provengono focacce votive, tra i resti di pane più noti del mondo mediterraneo.

L’attribuzione di un culto sulla base dei reperti richiede cautela. Lombardo ha ricordato che per anni il santuario rupestre di Santa Maria d’Agnano, vicino a Ostuni, è stato associato a Demetra; una recente analisi delle iscrizioni indica invece una divinità maschile. Anche per la Tomba 17, dunque, l’identificazione con il culto di Demetra resta una prima interpretazione.

Manduria si trova a est di Taranto. Il parco archeologico, a nord-est della città moderna, si estende per circa 150.000 m², cioè 15 ettari. Il sito prende il nome dalle tre cinte megalitiche costruite tra il V e il III secolo a.C., che segnano le diverse fasi di espansione urbana. La cinta interna, del V secolo a.C., forma un pentagono irregolare con grandi blocchi poligonali di arenaria marina. Quella intermedia, del IV secolo a.C., fu realizzata con l’ampliamento della città. La cinta esterna, del III secolo a.C., è costruita con blocchi rettangolari ed è la meglio conservata.

Un tratto della cinta intermedia, conservato fino a quattro filari di pietre, è stato scoperto di recente durante i lavori alla stazione ferroviaria. Come era consuetudine nel mondo antico, le tombe si trovavano fuori dall’abitato. I defunti venivano sepolti a nord della cinta, appena oltre il fossato delle mura esterne: è quanto emerge anche dalle indagini vicino alla Porta Est.

Nel parco si trova anche la Fonte Pliniano, un pozzo citato da Plinio il Vecchio nel libro II della Storia naturale. Plinio descrisse una sorgente il cui livello non cambiava né aggiungendo né prelevando acqua. Oggi il fenomeno si spiega con il principio dei vasi comunicanti: nei recipienti collegati, i liquidi raggiungono lo stesso livello. Il pozzo è in una grotta larga circa 18 metri, illuminata da un grande lucernario; sopra cresce un mandorlo, raffigurato nello stemma della città. Alcuni indizi suggeriscono che i Messapi usassero il luogo anche per il culto, non soltanto come fonte d’acqua.

Manduria era una città importante. Secondo la tradizione, Archidamo III, re di Sparta, morì sotto le sue mura nel 338 a.C., mentre combatteva in Italia in aiuto di Taranto. Nello stesso anno Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, sconfisse le città-stato greche a Cheronea. Molto più tardi, il nome della città è entrato in una delle denominazioni vinicole più note dell’Italia meridionale, il Primitivo di Manduria.

Restano da chiarire il contenuto delle due iscrizioni e i nomi che potrebbero contenere. Non è ancora possibile sapere se l’interpretazione di «sacerdotessa di Demetra» reggerà quando gli specialisti avranno esaminato il testo parola per parola. È inoltre da stabilire se una tomba così riccamente decorata fosse comune tra le élite di Manduria o rappresentasse un’eccezione. E rimane una domanda: la donna a cui apparteneva la chiave dipinta era davvero una sacerdotessa messapica, oppure la sua famiglia voleva che fosse ricordata come tale?

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Fonte: labrujulaverde.com

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Redazione Scienze Notizie
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