I Neanderthal organizzavano i fuochi in 3 zone: i resti rivelano come usavano lo spazio

L’analisi di 256 focolari dell’Abric Romaní, in Spagna, mostra fuochi piccoli vicino alle pareti e più grandi verso il centro. La ricerca è stata condotta dall’IPHES.

60.000 anni fa, i Neanderthal organizzavano già i loro accampamenti come facciamo noi

L’analisi di 256 focolari dell’Abric Romaní, un riparo sotto roccia vicino a Barcellona, suggerisce che i Neanderthal che lo frequentarono tra circa 60.000 e 54.000 anni fa organizzassero lo spazio in base alle diverse funzioni dei fuochi. Quelli vicini alla parete erano più piccoli e associati a pochi resti, mentre più verso il centro si trovavano focolari più grandi e circondati da più detriti. La disposizione dei fuochi sembra riflettere un’organizzazione dello spazio.

La ricerca è stata condotta dall’Istituto catalano di paleoecologia umana ed evoluzione sociale (IPHES), sotto la guida di Amanda Merino-Pelaz. Al lavoro hanno partecipato anche Josep Vallverdú, Lila Warnitz, Albert López-Bonet, M. Gema Chacón, Palmira Saladié, Eudald Carbonell e Lucía Cobo-Sánchez, dell’Università dell’Algarve, in Portogallo. Il gruppo ha trattato ogni focolare come un punto su una mappa e ha usato metodi statistici per verificare se la sua posizione fosse casuale o seguisse uno schema.

L’Abric Romaní si apre nella parete rocciosa della Cinglera del Capelló, sopra la valle del fiume Anoia, a Capellades, circa 50 chilometri da Barcellona. Amador Romaní Guerra lo scoprì nel 1909 e avviò gli scavi nello stesso anno. Dal 1983 le ricerche sono dirette da Carbonell, da lungo tempo codirettore degli scavi di Atapuerca, il sito della Spagna settentrionale noto per i suoi antichi fossili umani. Dal 1998 il riparo è visitabile come parco archeologico.

I sedimenti del sito si accumulano per oltre 50 metri. Gli archeologi hanno scavato 18 unità, indicate con le lettere da A a R; tutte tranne la più recente risalgono al Paleolitico medio, il periodo in cui i Neanderthal vivevano in Europa. L’acqua ricca di carbonato di calcio filtrava attraverso il riparo e depositava lentamente travertino, una roccia tenera e porosa. Questo processo ha sigillato e conservato eccezionalmente i resti, comprese le impronte del legno bruciato o utilizzato dagli abitanti.

I focolari sono tra le tracce più notevoli dell’Abric Romaní. Nelle unità dalla I alla R sono state registrate 438 strutture di combustione, ciascuna composta da piccole chiazze di carbone e cenere, larghe 20-30 centimetri, sopra sedimenti arrossati dal calore. Le dimensioni sono paragonabili a quelle dei fuochi degli Hadza, un popolo di cacciatori-raccoglitori che vive oggi in Tanzania e viene studiato da decenni dagli etnografi. In base al colore grigio e nero dei resti, i ricercatori deducono che fossero fuochi piccoli, alimentati soprattutto con pino silvestre e mai abbastanza caldi da raggiungere temperature simili a quelle di una fornace.

Si può misurare l’organizzazione di un accampamento?

Gli esseri umani controllavano il fuoco già molto prima dei Neanderthal dell’Abric Romaní. Siti come Qesem, in Israele, Beeches Pit, in Inghilterra, e la Cova del Bolomor, a Valencia, in Spagna, documentano focolari usati ripetutamente tra 400.000 e 200.000 anni fa. Resta però aperta la discussione su come le persone organizzassero la vita attorno a quei fuochi.

Gli studi sui cacciatori-raccoglitori contemporanei, tra cui quelli dell’archeologo statunitense Lewis Binford, descrivono una disposizione ricorrente nei ripari e nelle grotte: i fuochi vicino alla parete di fondo, le zone per dormire accanto o tra di essi, e gli avanzi di cibo e gli utensili in altre aree. Per il Paleolitico medio, questo schema era stato verificato di rado con analisi rigorose. L’archeologo Jan Kolen aveva persino descritto gli insediamenti dell’epoca come spazi continuamente riorganizzati e privi di una struttura chiara.

Il gruppo ha esaminato sei strati dell’Abric Romaní — Nb, Oa, Ob, P, Qa e R — datati a un periodo compreso tra circa 60.000 e 54.000 anni fa. Nel complesso, secondo il conteggio riportato nell’articolo, contengono 256 strutture di combustione. Le superfici scavate sono continue e coprono 200-300 metri quadrati, all’incirca quanto due o tre piccoli appartamenti: una caratteristica insolita per un sito così antico.

organizzazione dello spazio dei Neanderthal all’Abric Romaní
Fotografie delle strutture di combustione e dei sedimenti all’Abric Romaní. Crediti: IPHES

In ogni strato i focolari si trovano a uno o due metri dalla parete più spesso di quanto ci si aspetterebbe se fossero distribuiti a caso. La loro densità raggiunge il massimo tra uno e tre metri dalla parete. In diversi strati compare anche un secondo gruppo, molto meno numeroso, a quattro-otto metri di distanza. Gli autori descrivono l’effetto della parete come moderato o buono: essa sembra influire sul numero di fuochi nelle diverse zone, ma non attirarli in modo marcato.

I ricercatori hanno poi diviso il riparo in due fasce: una entro un metro dalla parete e una oltre quel limite. I focolari più vicini erano più piccoli, con una superficie media di 0,18 metri quadrati, contro 0,49 metri quadrati per quelli più lontani. Attorno ai primi si trovavano pochi resti, soprattutto pietre lavorate anziché ossa; in diversi strati i frammenti piccoli erano appena più numerosi di quelli grandi. La distanza media tra un fuoco e l’altro era di 1,17 metri.

È un valore compreso nell’intervallo di 1,15-1,4 metri misurato da Binford tra i fuochi usati per dormire dai cacciatori-raccoglitori contemporanei. L’archeologo collegava quella distanza alle dimensioni del corpo umano. Gli autori interpretano quindi i focolari vicini alla parete come luoghi per dormire e riposare. Un fuoco piccolo poteva fornire luce e calore a poche persone e permettere attività individuali, come lavori manuali o la preparazione della colazione.

Più verso il centro, i fuochi erano più grandi e circondati da molti più resti, con una distribuzione più equilibrata tra ossa e pietre e una maggiore presenza di frammenti grandi. Il quadro è compatibile con quello che Binford chiamava modello «lascia e getta»: chi è seduto lascia i detriti piccoli ai propri piedi e sposta quelli più grandi alle spalle, per mantenere libera l’area. La tesi di dottorato di López-Bonet del 2025 aveva già individuato questo schema in quattro degli strati. Gli autori, tuttavia, lo presentano come una possibilità, non come un fatto dimostrato.

Una terza zona si trova a oltre cinque metri dalla parete, vicino alla linea di gocciolamento, cioè il punto in cui cade l’acqua che scende dalla sporgenza rocciosa. Qui i focolari sono mal conservati, ampi e quasi privi di resti nelle vicinanze. I ricercatori ipotizzano che fossero postazioni di lavoro all’aperto, forse usate per macellare le carcasse degli animali. Le paragonano ai fuochi che gli Hadza accendono lontano dall’accampamento principale per arrostire il cibo.

Fuochi simili, usi diversi

Nel corso di circa 6.000 anni di frequentazione, i focolari cambiarono poco: erano quasi sempre piatti, semplici o circondati da pietre. A variare era ciò che accadeva intorno, come la quantità e il tipo di detriti. Gli autori descrivono il risultato come un modo stabile di costruire i fuochi e flessibile di usarli, all’interno di uno schema spaziale ricorrente.

La suddivisione degli spazi, però, non è altrettanto evidente in tutti gli strati. È più chiara in Nb, Oa, Ob e Qa, dove i focolari si dispongono lungo la parete. Lo strato Ob, il più studiato, è interpretato come un’occupazione residenziale prolungata, intervallata da visite brevi. Negli strati P e R la disposizione è meno netta; studi precedenti li considerano soste brevi legate a battute di caccia, in un caso ai cavalli e nell’altro ai cervi. Gli autori ipotizzano che fossero accampamenti di una o due notti, con regole meno rigide, ma precisano che si tratta di un’ipotesi di lavoro.

Anche la forma del riparo influì sulle attività. Dopo lo strato Ob, il progressivo riempimento e la conformazione della parete resero inutilizzabile la zona nord-occidentale. In precedenza offriva i pavimenti più pianeggianti; negli strati successivi le attività si spostarono verso nord-est. I ricercatori escludono che la posizione dei fuochi fosse determinata dal fumo: l’ingresso del riparo è ampio e ben ventilato e i focolari erano di dimensioni modeste.

Secondo gli autori, l’organizzazione dell’Abric Romaní ricorda gli accampamenti dei cacciatori-raccoglitori contemporanei più di quanto si pensasse. Negli anni Novanta l’archeologa Nena Galanidou aveva proposto che la suddivisione degli accampamenti in zone fosse più tipica del Paleolitico superiore, quando in Europa vivevano già gli esseri umani moderni. All’Abric Romaní potrebbero essere stati presenti anche frangivento di legno. A sostegno di questa ipotesi ci sono una grande impronta di legno accanto ai focolari dello strato Nb e il netto confine osservato nello strato Qa. Le tracce di legno sono rare nel record archeologico, ma alcuni utensili di legno dei Neanderthal offrono indizi sulle tecnologie di questi gruppi.

Gli autori scrivono che il fuoco non era soltanto uno strumento di sopravvivenza, ma un elemento centrale per strutturare e organizzare lo spazio sociale. Aggiungono che questi gruppi vissero in un periodo così vicino a quello in cui Neanderthal e Homo sapiens si incrociarono che le differenze nel modo di usare lo spazio potrebbero essere state già minime. Le prove della convivenza tra le due specie sono state documentate anche nel nord Europa circa 45.000 anni fa.

La ricerca presenta anche diversi limiti. Gli strati Nb e Oa contengono pochi focolari, rispettivamente 18 e 13: con campioni così ridotti, i calcoli sono instabili e potrebbero non rilevare schemi realmente presenti. Al di là dell’effetto della parete, le analisi non hanno trovato prove solide di altre forme di organizzazione, fatta eccezione per una tendenza a una spaziatura regolare nello strato R. Gli autori non escludono che esistessero schemi su scala locale.

Inoltre, non è certo che ogni strato corrisponda a una singola occupazione. Alcuni potrebbero comprendere più visite; questi depositi misti, chiamati palinsesti — come una pagina riscritta più volte — possono modificare il quadro che emerge dai reperti. Anche l’interpretazione delle due fasce come «zona per dormire» e «zona per le attività» si basa sul confronto con popolazioni viventi. Come ricorda l’articolo, questa disposizione non è universale e dipende dalla cultura di ciascun gruppo.

Resta infine da chiarire la disposizione circolare dei focolari nello strato R. Gli autori la considerano insolita e l’hanno esclusa dall’analisi perché non rientrava nel suo ambito. Le ricerche proseguono. WhatsApp channel Seguici su Google News

Fonte: labrujulaverde.com

Condividi l'articolo
Redazione Scienze Notizie
Redazione Scienze Notizie

La Redazione di Scienze Notizie seleziona ogni giorno le scoperte e gli studi più interessanti pubblicati da riviste scientifiche, università, agenzie spaziali e testate internazionali, e li racconta in italiano in modo chiaro, con la fonte citata in fondo a ogni articolo. I testi sono preparati e controllati attentamente dalla redazione prima della pubblicazione. Hai trovato un errore? Scrivici: lo correggiamo.