In Liguria gli archeologi trovano tracce di una cultura arrivata in Italia 30.000 anni fa

Lo scavo al Riparo Mochi, nei Balzi Rossi, colloca il Noailliano lungo la costa ligure. La ricerca dell’Università di Trento e dell’Università di Pisa è pubblicata sul Journal of Archaeological Science: Reports.

Un gruppo di cacciatori-raccoglitori attraversò il Mediterraneo settentrionale 30.000 anni fa, portando un nuovo tipo di utensile in pietra dalla Spagna settentrionale all’Italia meridionale

Un nuovo scavo al Riparo Mochi, in Liguria, indica che la tradizione noailliana arrivò in Italia circa 30.000 anni fa, probabilmente insieme alle persone che la praticavano. La data aiuta a ricostruire la diffusione di questa cultura di strumenti in pietra, nata nel nord della Spagna e poi comparsa lungo il Mediterraneo occidentale. Lo studio, firmato da Fabio Santaniello, Maurizio Zambaldi, Giorgia Pedrotti, Giovanni Boschian e Stefano Grimaldi, dell’Università di Trento e dell’Università di Pisa, è stato pubblicato sul Journal of Archaeological Science: Reports.

La ricerca risolve un’incongruenza rimasta aperta per anni. Le datazioni disponibili suggerivano che il Noailliano si fosse spostato da ovest verso est: i reperti più antichi erano stati trovati tra la Cantabria, i Paesi Baschi e i Pirenei, poi in Francia e infine in Italia. Ma al Riparo Mochi, lungo il passaggio naturale tra Francia e Italia, le tracce noailliane sembravano più recenti di quelle rinvenute molto più a sud, alla Grotta della Cala, in Campania. Era come se i gruppi fossero arrivati a Napoli prima che a Genova.

Il Noailliano è una variante regionale del Gravettiano, una delle principali culture di cacciatori-raccoglitori dell’ultima fase del Paleolitico, l’Età della pietra antica. Si sviluppò prima dell’arrivo dell’agricoltura in Europa, durante l’ultima era glaciale. Il suo utensile caratteristico è il bulino di Noailles, un piccolo attrezzo di selce con un’estremità a forma di scalpello. Secondo lo studio, questa tradizione si estese all’incirca dal 33.000 al 26.000 a.C.

Il Riparo Mochi fa parte del complesso dei Balzi Rossi, nel comune di Ventimiglia, vicino al confine francese. Il nome Balzi Rossi, che in dialetto ligure significa «rocce rosse», indica uno dei siti paleolitici più noti d’Europa. Le grotte si aprono sul mare, a pochi metri dalla frontiera, e sono conosciute anche come Grotte di Grimaldi: intorno al 1900 il principe Alberto I di Monaco finanziò l’esplorazione delle più importanti. Tra i reperti del complesso ci sono gli scheletri chiamati Uomo di Grimaldi, sepolture decorate con conchiglie nella Grotta dei Fanciulli e statuette femminili note come Veneri dei Balzi Rossi.

cacciatori-raccoglitori di Riparo Mochi, utensili litici dalla Spagna all’Italia
Riparo Mochi: 1) veduta da est verso ovest dei Balzi Rossi nel 1877, che mostra la forma dei piccoli coni di detriti ai piedi della parete rocciosa; l’area tra la Grotta del Caviglione e Riparo Mochi – corrispondente approssimativamente alla nuova area di scavo – è indicata in rosso; 2) veduta da ovest verso est della sommità della sequenza gravettiana scavata da L. Cardini nel 1959; 3) L. Cardini indica la base dell’Unità D nel 1959; 4) scoperta del focolare 2.2.1; 5) limiti del focolare 2.2.1, contrassegnati dalla linea arancione al momento della scoperta; 6) ampliamento dello scavo nel 2022 e sommità del Livello 1C, indicata con una linea verde. Credito: F. Santaniella et al. 2026
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Il Riparo Mochi fu scavato dal 1938 al 1949 sotto la direzione di Alberto Carlo Blanc e Luigi Cardini, e venne riaperto nei decenni successivi. Stefano Grimaldi dirige i lavori dal 2007. Nel 2016 e nel 2017 la sua équipe avviò un nuovo scavo nel Deposito Orientale, tra l’area già esplorata e la vicina Grotta del Caviglione. Lo spazio disponibile era inferiore a quello di un posto auto: una passeggiata pedonale costruita negli anni Novanta copre parte del sito, mentre una ferrovia ottocentesca aveva già danneggiato gli strati superiori.

Tra grandi blocchi caduti dalla parete rocciosa, i ricercatori individuarono una lente di cenere grigia larga circa 50 centimetri, chiamata Focolare 2.2.1. Intorno c’erano resti animali e circa 7.500 schegge di selce lavorate, perlopiù frammenti e scaglie minuscole. Gli archeologi trovarono anche lame, sottili strisce di selce ricavate scheggiando piccoli blocchi, e alcuni dei nuclei da cui erano state ottenute. I cacciatori usavano ciottoli e piccoli blocchi di selce locale e ricavarono dalle lame 73 utensili finiti.

Gli strumenti più comuni erano le microgravette, piccole punte con un bordo smussato intenzionalmente, probabilmente usate come punte per proiettili. Una conserva tracce del fissaggio a un’impugnatura e molte sono prive della punta, indizi compatibili con un impiego come armi.

L’équipe ha esaminato anche le tracce microscopiche di usura per ricostruire le attività svolte vicino al fuoco. I bulini di Noailles venivano usati per tagliare carne e pelli con il bordo naturale; l’estremità a scalpello, che non presenta segni d’usura, potrebbe invece essere servita per fissare l’utensile a un’impugnatura. Un grattatoio e uno strumento denticolato, cioè con un bordo a denti, furono usati sul legno, forse per sagomare aste. Due pezzi scheggiati funzionavano da cunei per spaccare le ossa, forse per ricavarne asticelle da trasformare in punte d’osso.

cacciatori-raccoglitori di Riparo Mochi, utensili litici dalla Spagna all’Italia
Industria litica noailliana: 1–3) nuclei; 4–5) esempi di prodotti di scheggiatura (lame); 6) punta di microgravette con dettaglio del ritocco marginale diretto; 7) microgravette con dettaglio del ritocco bipolare profondo; 8) microgravette con dettaglio del ritocco Vachon; 9–12) elementi a dorso; 13–15) bulini di Noailles; 16) bulino su frattura; 17) grattatoio frontale; 18) elemento denticolato; 19) pezzo esquillé. Credito: F. Santaniella et al. 2026
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Una parte della selce proveniva da affioramenti situati a oltre 200 chilometri dal riparo, sia a ovest, in Provenza, sia a est, nell’Appennino. I gruppi si muovevano dunque su territori molto ampi e conoscevano le fonti di pietra disponibili.

Per datare il focolare, gli archeologi avrebbero voluto analizzare il carbone, ma i campioni furono rubati prima che potessero essere esaminati. La datazione è stata quindi ricavata dagli strati circostanti. I ricercatori hanno scelto una conchiglia del genere Bittium, una piccola lumaca marina, e l’hanno inviata al laboratorio di Tom Higham e Katerina Douka all’Università di Vienna. Le conchiglie possono apparire più antiche della loro età reale perché assorbono carbonio: per questo il risultato va corretto durante la calibrazione. Dopo la correzione, la conchiglia ha fornito un’età compresa tra 29.900 e 30.800 anni.

Una singola data non era sufficiente per ricostruire la diffusione della cultura. Gli autori l’hanno quindi inserita in un modello statistico che considera insieme le datazioni noailliane affidabili dell’Europa occidentale. Delle 147 date pubblicate, solo 54 hanno superato il controllo di qualità. Il modello descrive una diffusione iniziata nel nord della Spagna circa 34.000 anni fa, proseguita attraverso i Pirenei e il sud della Francia e arrivata in Toscana, al sito di Bilancino, intorno a 29.000 anni fa. La data del Riparo Mochi, circa 30.000 anni fa, si inserisce così nella sequenza.

Anche le datazioni della Grotta della Cala, a Marina di Camerota, sulla costa del Cilento, vanno interpretate con cautela: alla luce dei nuovi risultati, sembrano risalire più o meno allo stesso periodo del Riparo Mochi, o essere leggermente più antiche. La grotta conserva una delle sequenze del Paleolitico superiore più complete della costa tirrenica. La sovrapposizione delle date potrebbe indicare una diffusione rapida lungo la costa, per circa 770 chilometri in linea d’aria.

Resta da capire che cosa si sia spostato: le conoscenze tecniche o le persone. Gli autori considerano due possibilità. La prima è che le tecniche nate nel nord-est della penisola iberica siano passate tra gruppi già insediati lungo il Mediterraneo settentrionale. La seconda è che gruppi di persone abbiano viaggiato dalla Spagna all’Italia meridionale. I ricercatori propendono per questa seconda ipotesi, ma la presentano come un’interpretazione dei dati, non come una prova definitiva.

A sostegno, osservano che il Noailliano si diffuse come un insieme di pratiche: non solo strumenti di pietra, ma anche tecnologie dell’osso, modalità di spostamento nel territorio e ornamenti personali. Inoltre, una trasmissione puramente culturale avrebbe potuto produrre varianti locali e periodi di coesistenza tra tradizioni diverse, mentre i reperti mostrano una sostituzione sistematica. Infine, la rapidità della diffusione sarebbe più facile da spiegare con lo spostamento di persone che con il passaggio di idee tra gruppi lontani.

Anche il clima potrebbe aver contribuito. L’arrivo in Italia coincide con l’inizio, circa 30.500 anni fa, di una fase più fredda e secca. Gli autori riconoscono però il rischio del determinismo ambientale, cioè di attribuire ogni cambiamento al clima. Il raffreddamento potrebbe aver spinto i cacciatori verso sud, lungo una costa che già conoscevano, o verso aree dal clima più mite sulle rive della Campania.

Lo studio propone inoltre che, nella fase più antica, il Riparo Mochi fosse un campo di caccia usato per brevi soggiorni, dove piccoli gruppi esploravano il territorio prima dell’arrivo di contingenti più numerosi. Gli autori ritengono che questa ipotesi sia compatibile con i reperti, ma restano questioni aperte.

A Piovesello, nell’Appennino emiliano, un sito del Gravettiano antico datato a circa 30.000 anni fa non ha restituito bulini di Noailles. Non è chiaro se appartenesse a un gruppo diverso, arrivato dall’Adriatico, oppure fosse un campo noailliano specializzato in cui quegli strumenti non venivano usati. È incerta anche la storia precedente della costa tirrenica, dove tra la cultura aurignaziana e il Noailliano c’è una lacuna. Potrebbe indicare una presenza umana sporadica, ma anche riflettere i limiti delle ricerche: all’epoca il livello del mare era più basso e molti siti potrebbero trovarsi oggi sommersi.

Infine, non è certo che i bulini di Noailles bastino a riconoscere la cultura. Gli autori notano che lo stesso metodo di produzione delle lame e di lavorazione della selce compare anche in strati privi di questi utensili. Se questa osservazione sarà confermata, i campi noailliani potrebbero essere più numerosi di quanto si pensi e la diffusione lungo il Mediterraneo, circa 30.000 anni fa, potrebbe aver lasciato più tracce di quelle oggi riconosciute. WhatsApp channel

Fonte: labrujulaverde.com

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