Secondo un nuovo studio, l’uso del cinabro per ottenere vernice rossa contaminò con il mercurio alcuni laghi e corsi d’acqua dei Maya. Nei sedimenti analizzati nella penisola dello Yucatán, le concentrazioni raggiunsero un massimo di 2,3 parti per milione e, in alcuni siti, la contaminazione durò per decenni o persino secoli. I risultati, pubblicati il 4 novembre sulla rivista Science Advances, suggeriscono che l’inquinamento danneggiò la fauna acquatica, anche se non è chiaro quanto abbia contribuito alla crisi della civiltà maya.
La ricerca è stata condotta da Matthew Waters, paleolimnologo — uno scienziato che studia gli antichi ambienti acquatici — dell’Università di Auburn, in Alabama, insieme ai suoi colleghi. Il gruppo ha esaminato carotaggi, cioè campioni cilindrici di sedimenti estratti dal fondale, provenienti da due siti dello Yucatán: il lago Cobá, poco profondo e vicino all’omonima città maya, e il cenote Xcach, scritto anche X-Canché, una dolina allagata nei pressi di una città in rovina nella giungla, dove sono stati effettuati pochi scavi.
I carotaggi conservano tracce della composizione del suolo e dell’acqua per oltre 2.000 anni. I periodi di contaminazione individuati coincidono con diverse fasi del Preclassico e del Classico maya, all’incirca dal 40 all’820 d.C. «Non sospettavamo che [i Maya] lo usassero nelle quantità che abbiamo riscontrato», ha detto Waters.
Il cinabro è un minerale rosso vivo composto da solfuro di mercurio, usato per produrre il pigmento vermiglione. Quando i residui della vernice raggiungono l’acqua, i batteri anaerobi — che vivono in assenza di ossigeno — possono trasformare il mercurio in metilmercurio, una forma altamente tossica. Questa sostanza si deposita nei sedimenti e può accumularsi lungo la catena alimentare, aumentando di concentrazione negli organismi che si nutrono di altri organismi contaminati.
Gli antichi Maya, che vivevano in territori corrispondenti all’attuale Messico meridionale e all’America centrale, dipingevano di rosso sculture, monumenti, pareti, piazze e ceramiche. Anche i defunti venivano colorati per le cerimonie funebri. Il rosso, associato al sole, al sangue e alla vita, era ottenuto sia dal cinabro sia dall’ocra rossa, il cui colore deriva dall’ematite, un minerale di ferro non tossico. I discendenti dei Maya vivono ancora oggi nella regione.
«La passione dei Maya per il rosso […] provocò un disastro ambientale, quando il cinabro riversato nelle acque vicine le avvelenò», ha dichiarato Waters a Live Science. «Avrebbero notato uno strano cambiamento di colore dell’acqua… e un calo della sua produttività, per esempio nella disponibilità di pesce, una fonte di proteine». I Maya dipendevano molto dalla pesca d’acqua dolce e raccoglievano anche molluschi.
Studi precedenti avevano già rilevato alte concentrazioni di mercurio nelle città Maya precolombiane, negli altopiani meridionali e nelle pianure centro-meridionali dei territori maya, ma i livelli nella penisola dello Yucatán non erano stati esaminati a fondo. Nei punti più contaminati dei carotaggi analizzati dal nuovo studio, il mercurio arrivava a 2,3 parti per milione. Per confronto, Waters ha ricordato che negli Stati Uniti l’Agenzia per la protezione dell’ambiente considera non sicura l’acqua potabile con più di 2 parti per miliardo di mercurio. Il limite ufficiale per il mercurio nel pesce, dove la sostanza può accumularsi nel tempo, è invece di 1 parte per milione: oltre questa soglia, le autorità possono sequestrare il pesce.

livescience.com
Un grave avvelenamento da mercurio si verifica quando la concentrazione di mercurio nel sangue supera circa 100 parti per miliardo, per esempio dopo aver consumato acqua o animali marini contaminati. L’esposizione può provocare danni permanenti ai polmoni, danni cerebrali e, nei casi più gravi, la morte. Questi valori di riferimento, tuttavia, non dimostrano che gli abitanti dei siti maya studiati abbiano subito tali effetti.
I ricercatori hanno cercato nei sedimenti anche indizi delle conseguenze ecologiche. Nei livelli più contaminati mancavano i minuscoli fossili dei molluschi d’acqua dolce, un possibile segnale che le alte concentrazioni di mercurio avessero ucciso parte della fauna acquatica. I carotaggi contenevano inoltre poche tracce di fioriture algali, che secondo Waters avrebbero dovuto essere frequenti: le alghe potrebbero non essere riuscite a sopravvivere nell’acqua contaminata.
Il cinabro non si trova naturalmente nello Yucatán e, secondo i ricercatori, doveva essere importato, probabilmente da territori dell’attuale Honduras. Al lago Cobá le importazioni sembrano essere cessate nel tempo: entro il 520 d.C. la contaminazione era scesa a un livello di fondo di circa 20 parti per miliardo. Al cenote Xcach, invece, i carotaggi indicano che l’inquinamento da mercurio proseguì fino al collasso della civiltà maya.
Le cause del collasso, avvenuto nell’VIII e IX secolo, sono ancora discusse. Una delle ipotesi principali è che la siccità abbia compromesso le riserve alimentari. Waters ha osservato che, in molti luoghi, i danni ambientali legati al mercurio si erano ridotti già da centinaia di anni quando si verificò il collasso; l’inquinamento potrebbe comunque aver contribuito alla crisi, ma lo studio non stabilisce che ne sia stato una causa. La tonalità rossastra del dio maya del sole Kinich Ahau, realizzato tra il VI e il IX secolo e oggi conservato al Museo nazionale di antropologia del Messico, è una testimonianza dell’uso del pigmento rosso.
Fonte: livescience.com


