Perché la luce gialla dello smartphone è peggio di quella blu: l’errore che commettiamo tutti ogni sera.

Oltre il filtro blu: perché la cromia calda dei display potrebbe inviare segnali errati al ritmo circadiano e come la luminosità assoluta prevale sullo spettro cromatico nella regolazione della melatonina.

L’implementazione software di filtri per le emissioni di luce a breve lunghezza d’onda (Short-Wavelength Sensitive, SWS), comunemente denominata “Modalità Notte” o “Night Shift”, si basa sul presupposto teorico che la riduzione della componente spettrale blu (picco tra 450-480 nm) possa mitigare la soppressione della melatonina mediata dalle cellule gangliari della retina fotosensibili (ipRGC). Tuttavia, recenti evidenze neurobiologiche suggeriscono che tale approccio sia basato su una comprensione incompleta del sistema circadiano umano. Studi condotti presso l’Università di Manchester e altri istituti di ricerca fotobiologica indicano che il sistema ipRGC non risponde esclusivamente alla luce blu, ma è influenzato dal contrasto cromatico complessivo rilevato dai coni opponenti. In particolare, la traslazione cromatica verso tonalità gialle o ambrate tipiche della Modalità Notte simula uno spettro solare che, paradossalmente, il sistema circadiano potrebbe interpretare come luce diurna, mantenendo l’organismo in uno stato di vigilanza superiore rispetto a un’esposizione a luce blu di intensità ridotta ma cromia neutra.

La riduzione della luminosità complessiva (irradiamento fotopico) risulta infatti essere una variabile significativamente più determinante per la protezione del ciclo sonno-veglia rispetto alla mera alterazione della distribuzione spettrale. Dal punto di vista della fatica oculare cronica (Computer Vision Syndrome), l’utilizzo di filtri caldi non elimina lo stress accomodativo né la riduzione della frequenza di ammiccamento legata alla fissazione prolungata, agendo esclusivamente come un palliativo percettivo che può indurre l’utente a un uso ancora più prolungato del dispositivo nelle ore notturne, aumentando l’esposizione cumulativa alla luce artificiale. La letteratura clinica più recente evidenzia dunque che l’efficacia di questi filtri è marginale se non accompagnata da una riduzione drastica della luminanza assoluta e da una limitazione del tempo di esposizione, mettendo in discussione la validità di questi strumenti come soluzioni autonome per l’igiene del sonno e la prevenzione del danno retinico fototossico nel lungo periodo.

https://www.cell.com/current-biology/fulltext/S0960-9822(19)31368-5