Circa sette milioni di anni fa, una piccola creatura si trovava ad affrontare predatori come felini selvatici e iene mentre cercava di attraversare le pianure alluvionali della Bulgaria. Questa creatura, un primate estinto noto come Graecopithecus freybergi, potrebbe aver camminato su due gambe. Recenti scoperte, tra cui un femore fossile, offrono prove significative che suggeriscono che questo esemplare, con un peso stimato di circa 24 chilogrammi, presentava caratteristiche anatomiche compatibili con il bipedalismo. Questo ritrovamento è cruciale per comprendere l’evoluzione umana e le origini della nostra specie.
Il significato del Graecopithecus nella storia evolutiva
Con un’età di 7,2 milioni di anni, Graecopithecus potrebbe essere considerato il più antico rappresentante della linea umana conosciuto fino ad oggi. David Begun, paleoantropologo dell’Università di Toronto e co-autore della ricerca, sottolinea l’importanza di questo ritrovamento. Potrebbe suggerire che l’origine dell’umanità si sia verificata nei Balcani piuttosto che in Africa. Tuttavia, questa teoria è stata oggetto di contestazione da parte di altri scienziati, che mettono in discussione la validità delle conclusioni raggiunte. Alcuni esperti, come riportato in un articolo di CBS News, hanno espresso dubbi sulla scarsità di prove a sostegno di tale affermazione.

Australopithecus afarensis
Scoperte fossili e analisi dettagliate
Fino a questo recente ritrovamento, Graecopithecus era conosciuto solo attraverso due fossili: un osso mandibolare scoperto in Grecia nel 1944 e un dente premolare rinvenuto in Bulgaria nel 2012. Quest’ultimo è stato trovato nel sito di scavo di Azmaka, lo stesso luogo in cui è stato recuperato il femore nel 2016. Nella nuova analisi, i ricercatori hanno identificato il femore come appartenente a una femmina adulta, le cui dimensioni erano simili a quelle di uno scimpanzé di piccole dimensioni. Questa scoperta offre nuove prospettive sulla morfologia e sul comportamento di queste antiche creature.
Caratteristiche morfologiche e implicazioni evolutive
Ciò che rende il femore di Graecopithecus particolarmente interessante non sono solo le sue dimensioni, ma anche la sua morfologia. Ad esempio, il femore presenta un collo femorale relativamente lungo, che collega il corpo del femore alla testa femorale. Un collo femorale più lungo è un indicatore di bipedalismo, poiché consente una maggiore libertà di movimento della gamba. Questo rappresenta un compromesso evolutivo tra forza e mobilità. Con l’evoluzione degli esseri umani verso forme più moderne, abbiamo guadagnato una maggiore gamma di movimento, ma a scapito della stabilità e della capacità di arrampicata, come suggerito dagli studi sul bipedalismo.

Spassov et al., Palaeobio. Palaeoenv., 2026
Osservazioni sui muscoli e locomozione
I ricercatori hanno anche osservato i punti di inserzione dei muscoli glutei, che sembrano favorire il bipedalismo. Inoltre, lo spessore dello strato esterno dell’osso è indicativo delle sollecitazioni derivanti dalla locomozione eretta. Tuttavia, il fossile presenta anche caratteristiche comuni a creature quadrupedi. Nel documento di ricerca, gli studiosi affermano che il femore rappresenta una posizione di transizione tra le grandi scimmie africane e gli ominidi che camminano abitualmente su due gambe. Durante il tardo Miocene, la regione di Azmaka era caratterizzata da una savana scarsamente alberata, il che supporta l’idea che il bipedalismo possa essere emerso in risposta alla trasformazione dei paesaggi boschivi in praterie.
Comportamento e adattamenti ecologici
Nonostante la possibile rinuncia agli alberi, è importante notare che questa scimmia non camminava esattamente come noi. Le caratteristiche del femore suggeriscono che potesse avere abilità locomotorie bipedali facoltative, il che implica che fosse in grado di camminare eretta quando necessario, ma che potesse anche muoversi a terra utilizzando tutti e quattro gli arti. Potrebbe aver assunto una postura eretta per scrutare l’orizzonte alla ricerca di predatori, per cercare cibo in ambienti sempre più rari o per trasportare la propria prole tra i siti di nidificazione sugli alberi.
Teorie sui movimenti migratori e cambiamenti climatici
Considerando i cambiamenti ambientali e climatici dell’epoca, i ricercatori ipotizzano che Graecopithecus possa aver intrapreso un viaggio dai Balcani verso l’Africa. È noto che i cambiamenti climatici su larga scala nel Mediterraneo orientale e nell’Asia occidentale hanno portato a periodiche semi-desertificazioni e alla formazione di deserti tra 8 e 6 milioni di anni fa. Questi eventi climatici hanno innescato ondate di dispersione di mammiferi eurasiatici verso l’Africa, contribuendo a plasmare la fauna mammifera attuale delle savane africane. Tuttavia, quando Begun e Böhme hanno presentato questa teoria in passato, alcuni esperti hanno sollevato dubbi. Rick Potts, del museo Smithsonian, ha dichiarato al Washington Post nel 2017 che l’idea di un antenato ominide situato in un’area isolata del sud Europa non sembra avere senso geograficamente come progenitore delle moderne scimmie africane.
Conclusioni sulla scoperta di Graecopithecus
In sintesi, questa scoperta rappresenta un’importante testimonianza dell’incertezza, della controversia e della potenziale mutabilità delle nostre origini umane. Ogni giorno, i paleoantropologi possono imbattersi in fossili inaspettati che accendono dibattiti sulle radici della nostra specie. Questo studio è stato pubblicato nella rivista Paleobiodiversity & Paleoenvironments, contribuendo a un dialogo scientifico in continua evoluzione. La ricerca continua a svelare i misteri del nostro passato e a ridefinire la nostra comprensione dell’evoluzione umana.
