Individuata a oltre duemila metri di profondità nelle acque delle Hawaii, una spugna marina di dimensioni monumentali sfida la tassonomia e rivela la straordinaria longevità degli ecosistemi abissali.

Daniel Wagner, biologo marino della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), ha diretto le operazioni della campagna di ricerca Hohonu Moana a bordo della nave Okeanos Explorer, calando le apparecchiature fino a 2.130 metri di profondità al largo dell’arcipelago hawaiiano. Lì, lungo un crinale roccioso immerso nel buio perenne del Papahānaumokuākea Marine National Monument, le telecamere del veicolo a controllo remoto Deep Discoverer hanno intercettato una struttura imponente. Non un relitto, ma un organismo vivente le cui pieghe ricordavano una massa complessa e quasi luminescente, adagiata sul fondale basaltico. Le misurazioni effettuate tramite fasci laser paralleli hanno registrato proporzioni mai viste prima per questo tipo di animale: 3,7 metri di lunghezza, 2,1 metri di larghezza e 1,5 metri di altezza. Un volume complessivo paragonabile a quello di un veicolo da trasporto passeggeri. Il record precedente apparteneva a una colonia di Aphrocallistes vastus individuata nelle acque costiere del Canada occidentale, il cui sviluppo si era fermato a 3,4 metri di lunghezza. Determinare l’identità biologica del gigante abissale si è rivelato complicato. I ricercatori hanno preferito non danneggiare la colonia principale per prelevarne un campione strutturale. Hanno invece raccolto un frammento da un esemplare di dimensioni ridotte rinvenuto nelle vicinanze, ritenuto appartenente al medesimo taxon. L’analisi al microscopio delle spicole silicee — le microscopiche strutture minerali che costituiscono l’impalcatura rigida dell’animale — ha confermato l’appartenenza alla famiglia delle Rossellidae, senza tuttavia consentire l’identificazione della specie esatta. In diciotto immersioni effettuate nella medesima area, l’équipe non è riuscita a rinvenire alcun altro esemplare con le medesime caratteristiche.

Le spugne di vetro devono il loro nome alla struttura scheletrica composta prevalentemente da biossido di silicio, la stessa sostanza di cui è fatto il vetro. Questa architettura porosa e delicata permette all’organismo di ancorarsi alle correnti profonde e di filtrare ingenti quantità di acqua marina, trattenendo il particolato organico e fornendo al contempo riparo a numerose altre specie di piccoli invertebrati abissali. L’interrogativo principale riguarda il fattore tempo. Quanto impiega un organismo sessile che vive a temperature prossime allo zero e in condizioni di scarsità nutrizionale a raggiungere una stazza simile? Una risposta precisa non esiste ancora. Tuttavia, studi condotti su altre specie di spugne giganti, come la Xestospongia muta, indicano che alcuni individui possono superare agevolmente i 2.300 anni di vita. È del tutto probabile che l’esemplare delle Hawaii stia filtrando le correnti del Pacifico da diversi millenni, ben prima che la civiltà industriale facesse la sua comparsa sulla terraferma. Gli abissi rimangono la porzione meno esplorata del nostro pianeta. Come evidenziato da Wagner al termine della spedizione, il ritrovamento di una struttura vivente così imponente sottolinea quanto sia limitata la nostra conoscenza degli ambienti marini incontaminati e quanto sia urgente preservarli dalle minacce dell’estrazione mineraria profonda. L’enigma della specie e dell’età esatta del gigante di vetro rimane sospeso nell’oscurità del Pacifico, testimonianza diretta di una natura che continua a sviluppare forme di vita monumentali lontane da ogni sguardo umano.

https://www.sciencealert.com/the-worlds-largest-known-sponge-is-the-size-of-a-minivan-and-its-species-is-a-mystery

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