Due gruppi marmorei alti più di 2,45 metri, raffiguranti episodi della guerra di Troia, occupavano il giardino della villa di Erode Attico a Loukou, in Grecia. Accanto a ciascuno c’era un mosaico con la stessa scena e, nel giardino, un canale d’acqua lungo 63 metri poteva riflettere le sculture. Un nuovo studio propone che questo insieme fosse pensato per suscitare conversazioni tra gli ospiti e che potesse evocare il lutto, il potere e forse persino offrire una silenziosa difesa del proprietario.
La ricerca è di Rebecca Levitan, docente di arte greca al King’s College di Londra, ed è stata pubblicata il 25 settembre 2026 sul Journal of Roman Archaeology. Lo studio ricostruisce la collocazione originaria delle opere e ne esamina i possibili significati, precisando che le interpretazioni restano ipotesi.
Nel 1806 il viaggiatore britannico William Martin Leake esplorò l’Arcadia, nella penisola greca del Peloponneso, convinto di aver individuato le rovine dell’antica città di Tirea. Si sbagliava, ma tra i resti annotò due frammenti di una statua colossale. La descrisse come «un uomo intento a trasportare il cadavere di un altro, con il volto rivolto verso l’alto», il cui corpo «è incurvato all’indietro, come naturalmente penderebbe un corpo senza vita».
La statua è andata perduta. Levitan la riconduce alla villa di Erode Attico a Loukou, circa 4 chilometri a nord-ovest del villaggio di Astros, e la identifica con uno dei due gruppi scultorei che si trovavano all’estremità occidentale del giardino.

Erode Attico (101–177 d.C.) fu tra gli uomini più ricchi del suo tempo e uno dei grandi sofisti: oratori professionisti che insegnavano retorica, cioè l’arte della persuasione. Tra i suoi allievi ci furono i futuri imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero. Nel 143 d.C. ricoprì a Roma la carica di console, una delle più alte dell’Impero. Visse all’epoca di Adriano, l’imperatore che fece costruire il Vallo di Adriano e che Erode ammirò, imitandolo in diversi modi.
La villa di Loukou non è citata nei testi antichi. Leake la scambiò per Tirea; nel 1850 l’archeologo tedesco Ernst Curtius la riconobbe come una villa romana. Solo nel 1906 alcune iscrizioni reimpiegate in un monastero vicino permisero di collegarla a Erode. Gli scavi moderni iniziarono nel 1980, diretti da Theodore Spyropoulos, a cui si unì in seguito il figlio George. Finora è stato portato alla luce circa un terzo del complesso, che si stima si estendesse su 20.000 metri quadrati.

Il centro della villa era un cortile porticato lungo 55 metri. Al suo interno si trovava un giardino disposto come un’isola e circondato da canali d’acqua. I mosaici riportavano i nomi delle figure raffigurate accanto: potrebbe trattarsi del più antico esempio noto di questa pratica. Intorno al cortile sorgevano almeno 50 statue, tra cui ritratti di Erode, della sua famiglia, dei suoi allievi, di filosofi e di imperatori.
I due gruppi marmorei erano copie romane del II secolo d.C., realizzate a partire da originali in bronzo del periodo ellenistico, cioè dei secoli successivi ad Alessandro Magno. In questo caso, gli originali risalivano probabilmente al III o al II secolo a.C. Entrambe le opere raffiguravano due figure avvinghiate, una composizione che gli storici dell’arte chiamano symplegma, parola greca che significa «intrecciato».
Il gruppo meglio conservato rappresenta Achille e Pentesilea. Oggi si trova nei depositi del museo di Astros. Achille sorregge la regina delle Amazzoni, la leggendaria tribù di donne guerriere che combatté al fianco dei Troiani, dopo averla appena uccisa. Pentesilea sta cedendo sulle ginocchia. In alcune versioni del mito, tra cui il poema epico perduto Aethiopis, Achille si innamora di lei proprio mentre la uccide.
Secondo Levitan, questa è la più grande e dettagliata di almeno 18 copie conosciute. Le vene e i muscoli delle mani sono scolpiti con particolare cura; l’elmo presenta inoltre un cimiero a forma di aquila o di un altro rapace, dettaglio assente nelle altre copie note.
Il secondo gruppo, quello descritto da Leake, apparteneva a una tipologia chiamata gruppo del Pasquino. A Loukou potrebbe aver raffigurato Aiace mentre trasporta il corpo di Achille, in una scena tratta dalla Piccola Iliade, antico poema che narrava gli eventi successivi all’Iliade.

La versione più famosa del gruppo si trova a Roma. Un torso rinvenuto nel 1501 nei pressi dell’attuale piazza Navona divenne la prima «statua parlante» della città: i romani vi affiggevano versi satirici anonimi. La parola inglese pasquinade, che indica una satira pubblica, conserva il ricordo di questa tradizione. A Roma la coppia è di solito identificata con Menelao che trasporta Patroclo, il più caro amico di Achille nell’Iliade. In base al contesto di Loukou, Levitan propone invece che i personaggi fossero Aiace e Achille.
Gli archeologi avevano ipotizzato che un torso maschile nudo trovato nel sito appartenesse al personaggio morto del gruppo perduto. Levitan giudica questa identificazione molto improbabile: la posa non è quella di un corpo inerte, le dimensioni non corrispondono a un gruppo colossale e i segni di fissaggio indicano che la figura sosteneva un peso. Il torso sarebbe più probabilmente una copia di una statua stante del IV secolo a.C.
Una delle osservazioni più rilevanti dello studio riguarda i mosaici: accanto a ciascun gruppo scultoreo ce n’era uno che riproduceva la stessa scena. Il mosaico del Pasquino, di circa 1,6 metri per lato, è conservato per circa il 60%. Levitan lo ha esaminato nel 2020, dopo il suo ritrovamento, e lo pubblica per la prima volta. La presenza di una base per statua indica che il mosaico non rappresentava direttamente l’episodio mitologico, ma una statua che lo raffigurava.
Il mosaico di Achille e Pentesilea è conservato meglio e mostra un’ascia a terra, particolare che non è sopravvissuto nella scultura. Anche l’acqua poteva contribuire all’effetto visivo: un canale lungo 63 metri attraversava il giardino e, secondo Levitan, vi si riflettevano i gruppi marmorei. Uscendo dalla sala dei ricevimenti, un ospite avrebbe potuto vedere prima la scultura, poi la sua immagine piatta nel mosaico e infine il riflesso deformato nell’acqua. Al ritorno, la sequenza si sarebbe ripetuta con il gruppo sul lato opposto.
Levitan descrive questo confronto in quattro fasi con il termine «paragone», usato nella storia dell’arte per indicare il confronto tra forme artistiche. La studiosa ipotizza che il percorso fosse concepito per essere discusso durante una passeggiata, come accadeva nelle lezioni all’aperto.
Perché scegliere proprio queste due scene? Levitan propone più spiegazioni, che potrebbero coesistere. Una riguarda l’imitazione di Adriano, che possedeva due copie del gruppo del Pasquino nella sua villa di Tivoli, vicino a Roma. Erode aveva assistito al lutto dell’imperatore per la morte del suo amante Antinoo, avvenuta nel 130 d.C. In seguito onorò il proprio allievo adottivo Polideuce con un numero senza precedenti di statue e con giochi funebri, richiamando i riti che Achille celebrò per l’amico Patroclo. I due gruppi erano esposti insieme anche nelle terme di Afrodisia, nell’attuale Turchia.
Un’altra possibile chiave è l’identità di Erode. Egli sosteneva di discendere da Aiace ed era originario di Maratona. Inoltre, potrebbe aver visto gli originali ellenistici, o opere simili, a Pergamo, nell’attuale Turchia, dove soggiornò nel 133–134 d.C.
Lo studio attribuisce particolare rilievo al tema del lutto. Nel 160 d.C. Regilla, moglie romana di Erode, morì all’ottavo mese di gravidanza. Il loro figlio Bradua portò il padre in tribunale, sostenendo che un liberto di Erode le avesse dato un calcio all’addome. Erode fu assolto, in parte per l’intensità del suo dolore. In memoria della moglie fece costruire l’Odeon di Erode Attico, un teatro ai piedi dell’Acropoli di Atene che ancora oggi ospita concerti.
Erode aveva già affrontato accuse e critiche. Intorno al 140 d.C. l’oratore Frontone, suo avversario occasionale, lo accusò in tribunale di crudeltà e persino di omicidio. Dei suoi sei figli, solo Bradua sopravvisse all’infanzia o alla peste del 165 d.C.; nessuno dei tre allievi adottivi che aveva accolto visse oltre gli anni Sessanta del II secolo. Nel 174 d.C. Erode tornò in tribunale, accusato di tirannia.
Levitan ipotizza che, per un uomo il cui pianto pubblico era guardato con sospetto a Roma, le sculture potessero offrire un modo socialmente accettabile di esprimere la sofferenza attraverso il linguaggio di Omero. Erode avrebbe potuto identificarsi con Aiace, che trasporta i morti, oppure con Achille, il migliore dei Greci: un uomo dal temperamento estremo, incline all’isolamento, che per un errore fatale uccide una persona amata. Le immagini avrebbero così potuto comunicare disperazione e rimorso senza costituire una confessione.
A sostegno della possibile associazione tra la scena e il pentimento, Levitan cita una fiaschetta del III secolo conservata a Smirne. Vi è raffigurato Achille mentre sorregge Pentesilea morente e compare un’iscrizione greca interpretabile come «solleva e piangi» oppure «pentiti».
Secondo Filostrato, quando fu criticato per aver riempito le sue proprietà di statue dei giovani defunti, Erode rispose: «Che cosa ve ne importa se mi diverto con le mie modeste statue di marmo?» (Vite dei sofisti, 2.1, 558–59).
L’idea che Erode usasse le statue per giustificarsi resta un’ipotesi, presentata dallo studio in termini condizionali. Levitan sottolinea che le diverse interpretazioni non si escludono e che i visitatori potevano attribuire alle opere significati differenti.
Anche la datazione dei mosaici è discussa. La storica dell’arte Katherine Dunbabin ha collocato quello di Achille e Pentesilea, sulla base dello stile, nel IV o all’inizio del V secolo d.C., molto tempo dopo la realizzazione della scultura. Se anche il mosaico del Pasquino fosse altrettanto tardo, i due gruppi sarebbero stati esposti insieme in seguito, durante una ristrutturazione, e non per scelta di Erode. Gli archeologi datano i mosaici al II secolo e Levitan concorda, pur con qualche riserva, per il pannello del Pasquino. Per chiarire la questione, osserva, servono ulteriori studi della stratigrafia, cioè degli strati di terreno e detriti accumulati nel sito.
La villa non è ancora stata pubblicata integralmente e la scultura più pregevole del complesso è tuttora nei depositi. Levitan suggerisce che una rinnovata attenzione al sito potrebbe aiutare a raccogliere fondi per pulirla e restaurarla. Resta da stabilire se il giardino di Loukou fosse soprattutto un gesto di lutto, una difesa pubblica di Erode o entrambe le cose. WhatsApp channel
Fonte: labrujulaverde.com


