A Pompei, in una stanza rimasta sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., gli archeologi hanno trovato l’impronta di un armadio di legno che non fu mai riaperto. Al suo interno erano conservate 38 monete di bronzo e 24 piccoli amuleti in un sacchetto di stoffa, oltre a pinzette, una lampada e diversi recipienti. Il Parco archeologico di Pompei ha annunciato il ritrovamento il 29 ottobre 2026, presentando un rapporto di 37 pagine firmato dal direttore Gabriel Zuchtriegel e da sei colleghi. Non è noto chi abitasse nella casa né che cosa gli sia accaduto.
La scoperta è avvenuta nei locali sul retro della Casa IX 11, 7, in via dell’Abbondanza, durante l’ultima fase di un progetto nell’Insula dei Casti Amanti, l’isolato che prende il nome dalla vicina Casa dei Casti Amanti. L’intervento mirava a mettere in sicurezza il pendio lungo il vicolo tra gli isolati 11 e 12 e a rimuovere le vecchie impalcature metalliche.
La parte anteriore della casa era stata scavata nel 1912. Le iscrizioni attorno alla porta riportavano il nome Cornelius Maximus, oggi non più visibile e definito «molto dubbio» nel rapporto. I locali posteriori, invece, sono stati raggiunti soltanto ora. In superficie gli archeologi hanno trovato materiale di riporto moderno, tra cui plastica e frammenti di metallo. Sotto questo strato c’era un gabinetto ricavato in una nicchia della stanza D. Nella stanza C sono emersi una tegola di copertura decorata con il volto di un satiro e un vaso di bronzo.
La stanza B, di circa 4,3 per 3,85 metri, era probabilmente una sala da pranzo. Le pareti gialle sono decorate con uccelli, pantere, un pavone e delfini. Domenico Esposito, della Freie Universität Berlin, attribuisce le pitture ai pittori di via di Castricio, una bottega nota. Secondo il rapporto, al momento dell’eruzione nella casa erano in corso lavori di costruzione o riparazione.
A Pompei i piani superiori si conservano raramente. Per ricostruire che cosa si trovasse sopra la Casa di Thiasus, i ricercatori hanno esaminato scale che non conducono più da nessuna parte. Dopo l’eruzione, nei locali furono scavati due tunnel, in un periodo che il rapporto non riesce a determinare. Il secondo, largo circa 1,1 metri, arrivava da ovest e si fermava contro la parete est della stanza B. Aveva sconvolto il riempimento al centro del locale, ma lasciato intatta la cenere lungo i lati.
Proprio nella cenere, nell’angolo sud-est, è stata individuata l’impronta di un grande armadio, formato da due parti lunghe circa 2 metri ciascuna. Una era profonda circa 0,9 metri, l’altra 0,7 metri. Due elementi di ferro lo fissavano al pavimento. Il tetto crollò e spezzò la parte superiore del mobile; in seguito una corrente piroclastica, cioè un flusso rapido di cenere calda e gas, arrivò da nord-ovest e lo riempì. Si è conservata più della metà dell’altezza dell’armadio.
Tra gli oggetti contenuti c’erano cinque brocche, fiasche, pentole, un piatto di vetro, una lampada di bronzo e un bruciaprofumi. Una coppetta sottile era decorata con un motivo a squame di pigna. Sono stati trovati anche un flacone di vetro per unguenti, pinzette di bronzo e una tavolozza di ardesia usata per macinare il trucco.
Nella parte meridionale dell’armadio c’era una piccola scatola di legno con chiusura di bronzo. Conteneva otto pesi di piombo, sei dei quali dotati di manici di ferro: secondo gli autori del rapporto, potrebbero essere stati usati nel commercio. A circa 0,2 metri dalla scatola si trovava un grumo di 38 monete di bronzo, raccolte in un piccolo cestino di fibre vegetali intrecciate. Del cestino restava soltanto una parte del fondo, larga circa 0,12 metri.
Due monete erano più antiche e consumate: una proveniva da Ebusus, l’attuale Ibiza, e l’altra era un sesterzio di Claudio coniato a nome di Germanico. Le altre 36 furono coniate durante il regno di Nerone, tra il 64 e il 67 d.C.: 26 assi, sette dupondi e tre sesterzi, diverse denominazioni della moneta romana. Ventuno risalgono al 65 d.C. Il rapporto interpreta il gruppo come una piccola riserva, forse destinata alle spese quotidiane. Il cestino non è stato consolidato, per lasciare aperta la possibilità di analizzarlo in futuro. Chiara Comegna, archeobotanica, lo ha esaminato al microscopio stereoscopico nel laboratorio del parco.
A circa 0,6 metri dal margine orientale della stanza, lungo la parete interna sud, sono stati recuperati 24 piccoli oggetti in faïence, osso, pasta vitrea e cristallo di rocca. Ognuno aveva un foro per far passare un cordino. Tra gli amuleti figurano le divinità Bes e Mercurio, mani, piedi, pigne o grappoli d’uva, perline, un astragalo e una scarpa alata.
I Romani chiamavano questi oggetti crepundia, da una parola latina che significa «sonaglio». I bambini li portavano come protezione e gli adulti potevano sentirli tintinnare. In passato, ritrovamenti simili erano stati interpretati come corredi magici. Il sacchetto si trovava su un ripiano intermedio dell’armadio. Un palo spesso circa 0,15 metri cadde sul ripiano, facendolo inclinare: il sacchetto scivolò sul fondo e si strappò. Al microscopio, la stoffa mostra una trama regolare, con fili distanziati di circa 1 millimetro.
Talvolta gli adulti conservavano queste collane per tutta la vita; nella necropoli di Porta Nocera venivano deposte nelle tombe. Il parco ricorda che molti Romani vivevano lontano dai genitori e dalla casa in cui erano cresciuti. Zuchtriegel ha detto che il ritrovamento permette di leggere insieme «le diverse tracce di una vita: abitudini personali, lavoro, ricordi».
Nella piccola camera da letto B1, accanto alla stanza B, sette fori per i pali, a circa 2 metri d’altezza sulle pareti, indicavano la presenza di un soppalco di legno. Sopra si trovavano un’anfora nordafricana per l’olio d’oliva, sei coperchi, tre fiasche, due pentole e un grande recipiente da conservazione. Setacciando il fondo dell’anfora rotta, gli archeologi hanno recuperato 117 minuscole ossa.
Lo zooarcheologo Younes Naime le ha attribuite al genere Apodemus, molto probabilmente al topo selvatico, e ha identificato almeno due esemplari. Nessuno dei due aveva completato la crescita. Secondo il parco, i topi selvatici vivono di norma nei campi e nei giardini, ma possono entrare in soffitte e dispense quando sentono odore di cibo. Il topo domestico è una specie diversa e segue gli esseri umani da prima dell’inizio dell’agricoltura.
Nel 2023 il parco aveva descritto il ritrovamento di due topi e di un giovane ratto nero negli alloggi degli schiavi della villa di Civita Giuliana. Ossa di roditori sono state rinvenute anche nelle antiche fogne di Ercolano. Per saperne di più sugli alloggi degli schiavi scoperti a Pompei, il parco aveva già presentato una stanza della villa di Civita Giuliana.
Resta impossibile stabilire se gli abitanti della casa morirono durante l’eruzione o se riuscirono a fuggire, senza poter tornare a recuperare i propri beni. Il rapporto sottolinea che le prove disponibili non permettono di rispondere. Il comunicato stampa citava Tacito, secondo cui, dopo la catastrofe, i beni lasciati senza eredi furono messi a disposizione. Il rapporto, tuttavia, invita alla cautela: il collegamento va approfondito prima di associarlo a questa casa, e le pitture murali, da sole, dicono poco sulla ricchezza di una famiglia.
Le analisi del DNA sulle vittime di Pompei hanno mostrato quanto possano essere sbagliate le vecchie supposizioni sul sesso e sui legami familiari. Altri ritrovamenti hanno inoltre messo in luce il ruolo pubblico delle donne nella città. «Non possiamo ricostruire con certezza l’identità di chiunque vivesse nella casa», ha detto Zuchtriegel.
Sono ancora previste l’analisi dei campioni di stoffa da parte di uno specialista di tessuti e ulteriori scavi lungo le pareti nord e sud della stanza B, finora liberate solo in parte. Quando la cenere riempì l’armadio, nel 79 d.C., al suo interno c’erano ancora le monete e il sacchetto di amuleti. Lo studio completo è stato pubblicato sulla rivista E-Journal degli Scavi di Pompei.
Fonte: earth.com


