Per alcuni minuti hanno cercato di entrare volontariamente in uno stato di esperienza extracorporea, mentre in un’altra stanza veniva mostrata un’immagine che non potevano vedere. L’obiettivo era capire se, durante quella particolare esperienza, fosse possibile ottenere informazioni visive al di fuori della normale percezione. Il risultato principale dell’esperimento non ha confermato questa possibilità, ma due partecipanti hanno raccontato qualcosa che ha attirato l’attenzione dei ricercatori. Lo studio, pubblicato il 12 agosto 2026 sulla rivista EXPLORE, è stato condotto da ricercatori della University of Virginia e ha coinvolto 21 persone associate a un istituto specializzato nell’addestramento alle esperienze extracorporee. Dieci partecipanti hanno riferito di aver raggiunto effettivamente quello stato durante l’esperimento, mentre 13 hanno fornito descrizioni utilizzabili per l’analisi. L’esperimento era stato progettato in modo piuttosto rigoroso. Ai partecipanti veniva chiesto di tentare un’esperienza extracorporea e di descrivere un’immagine scelta casualmente, collocata in una stanza separata e non accessibile. Né i partecipanti né i ricercatori presenti conoscevano in anticipo quale immagine sarebbe stata utilizzata. Le descrizioni sono state poi confrontate con 100 possibili immagini utilizzando un sistema informatico basato sulla somiglianza semantica.
Ed è proprio qui che arriva la parte meno spettacolare, ma scientificamente più importante. Nessuna delle singole prove ha mostrato una corrispondenza statisticamente significativa con l’immagine corretta. Anche considerando insieme tutte le 13 prove, i risultati non hanno fornito evidenze che i partecipanti riuscissero a identificare il bersaglio meglio di quanto sarebbe accaduto casualmente. In altre parole, il test principale non ha dimostrato una capacità di percepire a distanza informazioni visive durante un’esperienza extracorporea. Durante le sessioni, però, due partecipanti hanno riferito spontaneamente alcuni dettagli che non facevano parte del bersaglio dell’esperimento. Le loro descrizioni riguardavano la posizione e le attività dei ricercatori presenti in una stanza adiacente. Secondo gli autori, alcuni di questi dettagli risultavano corretti. Questo risultato non può essere considerato una prova del fatto che la coscienza possa realmente separarsi dal corpo o osservare luoghi lontani. Gli stessi ricercatori sottolineano che queste osservazioni erano spontanee e non costituivano l’obiettivo prestabilito dell’esperimento. Proprio per questo, non è possibile stabilire da questi dati se si sia trattato di una coincidenza, di informazioni acquisite attraverso modalità non considerate oppure di un fenomeno ancora da comprendere. Le esperienze extracorporee, note anche come OBE (out-of-body experiences), sono già oggetto di ricerca scientifica. La Division of Perceptual Studies dell’Università della Virginia le descrive come esperienze nelle quali una persona avverte di trovarsi in una posizione diversa dal proprio corpo fisico. Alcune persone riferiscono anche di aver osservato eventi apparentemente al di fuori della portata dei loro sensi normali. Il nuovo studio, quindi, non dimostra che durante un’esperienza extracorporea sia possibile vedere realmente ciò che accade altrove. Mostra piuttosto quanto sia difficile studiare scientificamente un fenomeno soggettivo di questo tipo e lascia una domanda interessante per esperimenti futuri: i dettagli riferiti spontaneamente dai due partecipanti sono stati soltanto una coincidenza oppure nascondono qualcosa che i test tradizionali non riescono ancora a catturare?
https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1550830726001941


