La coppa di Licurgo, un calice romano alto circa 15,9 centimetri e del peso di circa 700 grammi, cambia colore a seconda di come viene illuminata: appare verde giada quando la luce arriva dalla parte anteriore e rosso rubino quando la attraversa da dietro. È uno dei rarissimi esempi sopravvissuti di vetro dicroico, cioè un materiale che mostra colori diversi in base alla luce.
Gli esperti non sanno con certezza dove sia stata ritrovata la coppa, dove sia stata prodotta né se il suo effetto cromatico fosse voluto. Il British Museum la acquistò nel 1958 dalla famiglia di banchieri Rothschild, che la possedeva dalla metà del XIX secolo.
Il reperto è noto come coppa di Licurgo per la scena mitologica che lo decora. Uno studio pubblicato nel 1959 dagli archeologi D. B. Harden e Jocelyn Toynbee lo descrisse come un esemplare eccezionalmente ben conservato di coppa a gabbia romana. Di questi oggetti ne restano soltanto pochi: si ritiene che fossero ottenuti incidendo e levigando decorazioni nel vetro spesso, lasciando piccoli ponticelli che le tenevano unite al calice e creavano un effetto simile a una gabbia. Harden e Toynbee datarono la coppa al IV secolo d.C. e ipotizzarono che fosse stata realizzata in Italia. La montatura di bronzo che forma il piede e il bordo, invece, sarebbe probabilmente un’aggiunta del XIX secolo.
La decorazione racconta la punizione di Licurgo, re della tribù tracia degli Edoni, detti anche Edoniani. Ostile al culto di Dioniso, il re scacciò il dio in mare con un’ascia. Ambrosia, una delle sacerdotesse di Dioniso, lo affrontò trasformandosi in una vite che gli si avvolse intorno, impedendogli di liberarsi. Le altre sacerdotesse si accalcarono quindi attorno a Licurgo e lo tormentaronono. La scena poteva essere particolarmente adatta a un calice, poiché Dioniso era il dio del vino e della gioia. Anche il passaggio dal verde al rosso potrebbe richiamare la maturazione dell’uva sulla vite, ma non è noto se questa fosse l’intenzione di chi realizzò la coppa.
Le coppe dicroiche sono citate anche nelle fonti dell’antica Roma. Una lettera del II secolo, forse scritta dall’imperatore Adriano al cognato, menziona il dono di due coppe di questo tipo da usare durante i banchetti. Tuttavia, come osservava uno studio del 2007, oggi ne restano pochissimi frammenti.
Da decenni gli studiosi cercano di capire come i vetrai romani ottenessero l’effetto. Uno studio del 1963 indicò che il segreto sembra risiedere nell’aggiunta al vetro fuso di nanoparticelle d’oro e d’argento: particelle metalliche microscopiche, più piccole dei granelli di sabbia, che interagiscono con la luce. In questo modo il vetro appare verde lattiginoso se illuminato frontalmente e quasi traslucido e rosso se la luce lo attraversa da dietro.
Le tecniche moderne hanno permesso di riprodurre effetti simili. Secondo lo studio del 2007, negli anni Sessanta la Corning Glassworks realizzò una replica di vetro dicroico che, alla luce, passava dal verde all’ametista. Nel 2020 alcuni ricercatori incorporarono nanoparticelle d’argento e d’oro nella stampa 3D per riprodurre le proprietà cromatiche del vetro.
Più di recente, esperti dell’Università di Sheffield, nel Regno Unito, hanno ricreato il vetro dicroico ricostruendo la ricetta originale della coppa. Hanno poi incaricato un artista del vetro di realizzare, a partire dalla replica, un’opera ispirata al reperto. La ricostruzione è stata documentata dall’università.
La scarsità di esemplari non permette ancora di stabilire se gli artigiani romani avessero prodotto intenzionalmente l’effetto cromatico. È possibile che tracce d’oro presenti in una bottega siano finite per caso nel vetro fuso, dando origine a un materiale raro e insolito, capace di sorprendere persino i vetrai più esperti.

Fonte: livescience.com


