Circa il 74,5% degli ex giocatori della National Football League (NFL) deceduti tra il 2008 e il 2023 potrebbe aver presentato segni neuropatologici di encefalopatia traumatica cronica. È la stima di uno studio guidato dalla biostatistica Julia Gallini della Boston University, pubblicato sulla rivista JAMA Network Open. Il risultato affronta uno dei problemi più discussi nella ricerca sui traumi cerebrali nello sport: capire quanto sia diffusa la malattia nell’intera popolazione degli atleti. Nel 2017, uno studio aveva individuato segni di encefalopatia traumatica cronica, o CTE, in 110 dei 111 cervelli esaminati appartenenti a ex giocatori di football americano. Quel 99% aveva attirato grande attenzione, ma non rappresentava la percentuale di tutti gli ex professionisti colpiti dalla malattia. Il motivo è legato alla selezione dei campioni. Gli atleti che sviluppano problemi cognitivi, cambiamenti dell’umore o disturbi comportamentali potrebbero essere più propensi a donare il cervello alla ricerca. Analizzare soltanto i tessuti disponibili può quindi sovrastimare la diffusione della patologia. Per affrontare il problema, il gruppo di ricerca ha combinato i dati di una banca di cervelli dedicata allo studio della CTE con i registri relativi ai decessi degli ex giocatori. Gli studiosi hanno identificato 1.712 ex atleti NFL morti tra il 2008 e il 2021 e verificato che soltanto una parte aveva donato il cervello per gli esami post mortem.
Nel nuovo lavoro, i ricercatori hanno applicato modelli statistici per tenere conto della maggiore probabilità di donazione tra chi aveva manifestato sintomi cognitivi. La stima ottenuta indica che circa tre quarti degli ex giocatori deceduti nel periodo considerato presentavano alterazioni cerebrali compatibili con la CTE. Il dato non significa che il 74,5% di tutti gli ex giocatori viventi svilupperà demenza. La diagnosi neuropatologica richiede l’esame del tessuto cerebrale dopo la morte e non equivale automaticamente a una diagnosi clinica di demenza. La CTE è una malattia neurodegenerativa associata a ripetuti traumi cranici. È stata studiata soprattutto negli sport di contatto, dove gli impatti possono accumularsi nel corso degli anni anche senza provocare ogni volta una commozione cerebrale riconosciuta. Restano da chiarire la frequenza della patologia tra i giocatori universitari e quelli delle scuole superiori, oltre ai meccanismi che collegano i traumi alle alterazioni cerebrali. La nuova stima migliora la comprensione del problema, ma non elimina tutte le incertezze.

