I ricercatori hanno rianimato microbi del Pleistocene

Gli scienziati hanno resuscitato antichi microbi da carote di permafrost risalenti al tardo Pleistocene (fino a 40.000 anni fa), raccolte in quattro località all'interno del Permafrost Research Tunnel vicino a Fairbanks, in Alaska. Hanno scoperto che i microbi nel permafrost sotterraneo in fase di scioglimento mostrano inizialmente un lento "risveglio", ma entro sei mesi la comunità microbica subisce cambiamenti radicali.

Un team internazionale di ricercatori ha riportato in vita microbi rimasti intrappolati nel permafrost dell’Alaska per decine di migliaia di anni. I campioni, risalenti fino a 40.000 anni fa, sono stati prelevati dal Permafrost Research Tunnel, una struttura dell’U.S. Army Corps of Engineers che si estende per oltre 100 metri nel sottosuolo ghiacciato vicino a Fairbanks. Gli scienziati hanno incubato i campioni a 4 e 12 °C, temperature che simulano le estati artiche attuali e future. Inizialmente i microbi si sono risvegliati lentamente: solo una cellula su 100.000 veniva sostituita ogni giorno, un ritmo infinitamente più lento rispetto alle colonie batteriche comuni in laboratorio. Dopo sei mesi, però, le comunità hanno mostrato una crescita improvvisa, arrivando persino a formare biofilm visibili a occhio nudo.

Abbondanza di Archaea nei campioni raccolti dal Permafrost Research Tunnel vicino a Fairbanks, Alaska. Crediti immagine: Caro 

Questi microbi non sembrano patogeni per l’uomo, ma li abbiamo comunque mantenuti in camere sigillate,” ha spiegato Tristan Caro, ricercatore al Caltech e autore principale dello studio. Sorprendentemente, l’aumento di temperatura non ha accelerato il risveglio: il fattore determinante sembra piuttosto la durata del periodo caldo. La ricerca solleva interrogativi cruciali sul futuro del clima. Lo scioglimento del permafrost, accelerato dal riscaldamento globale, potrebbe liberare enormi quantità di carbonio intrappolato da millenni. Una volta riattivati, i microbi degradano la materia organica rilasciando anidride carbonica e metano, potenti gas serra. “È uno dei maggiori punti interrogativi nelle risposte climatiche,” ha commentato Sebastian Kopf, dell’Università del Colorado Boulder. “La domanda è: quanto velocemente questo processo influenzerà l’ecologia e il tasso di cambiamento climatico?” Lo studio evidenzia che non bastano ondate di calore isolate, ma estati più lunghe e calde che si estendono in primavera e autunno aumentano i rischi globali. I ricercatori sottolineano che i risultati provengono da un solo sito, ma enormi riserve di permafrost restano in Siberia e in altre regioni fredde del pianeta. I risultati, pubblicati il 23 settembre sul Journal of Geophysical Research: Biogeosciences, indicano che la riattivazione microbica del permafrost non è solo un fenomeno geologico curioso, ma un potenziale acceleratore del cambiamento climatico.