A Le Cesine, sulla costa salentina, gli archeologi hanno ricostruito un molo romano a L lungo quasi 150 metri e individuato sulla riva un edificio produttivo che potrebbe essere stato una cantina. Il porto potrebbe risalire all’età augustea, tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., e dunque precedere di oltre un secolo il celebre molo di Adriano a San Cataldo. La datazione, però, non è ancora stata confermata direttamente.
Le ricerche sono condotte dall’Università del Salento, con la direzione di Rita Auriemma, docente di archeologia subacquea e responsabile del gruppo ArcheoSub del Dipartimento di Beni culturali. I risultati della campagna di scavo, svolta dal 7 settembre al 4 ottobre, sono stati presentati il 5 novembre nella sede leccese della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Brindisi, Lecce e Taranto, l’ufficio territoriale del Ministero della Cultura che tutela il patrimonio. Il sito si trova nella località di San Giovanni, nella riserva naturale statale Le Cesine del WWF, nel comune di Vernole.
Il porto romano di Lecce è spesso associato a San Cataldo, borgo sul mare a circa 10 chilometri dalla città, dove un molo di pietra si protende ancora nell’acqua. Conosciuto come molo di Adriano, è considerato la struttura portuale romana meglio conservata della Puglia. Gli scavi a Le Cesine, lungo la costa tra San Cataldo e l’omonima riserva, rafforzano invece l’ipotesi che qui esistesse un approdo precedente, affiancato da un impianto per la lavorazione di prodotti agricoli destinati al trasporto via mare.

labrujulaverde.com
Adriano regnò dal 117 al 138 d.C. e intorno al 122 d.C. avviò la costruzione del celebre vallo nel nord della Britannia. L’attribuzione del molo di San Cataldo all’imperatore si basa su un passo di Pausania (VI, 19, 9), scrittore greco del II secolo noto soprattutto per la sua guida della Grecia. Gli studiosi locali hanno interpretato il brano come un riferimento a opere portuali volute da Adriano nella baia: da qui il nome del molo. L’imperatore è al centro anche di una scoperta epigrafica che ha svelato nuovi dettagli sul suo regno.
La costa, tuttavia, compare nelle fonti antiche già prima del suo regno. Secondo gli autori dell’antichità, Ottaviano, il futuro imperatore Augusto, sbarcò a Lupiae, il nome romano di Lecce, dopo aver attraversato il mare da Apollonia, sulla costa dell’attuale Albania. Era il 44 a.C., dopo l’assassinio di Giulio Cesare. Il gruppo di ricerca salentino considera l’episodio un indizio dell’importanza del porto e della possibile presenza di strutture capaci di accogliere una nave con un passeggero di tale rilievo. Se il porto di San Giovanni fosse quello citato dalle fonti, sarebbe più antico di oltre un secolo rispetto al regno di Adriano. Per questo il gruppo di Auriemma ipotizza che il complesso risalga all’età augustea; il comunicato dell’università lo definisce presumibilmente augusteo. Un altro porto romano sommerso in Puglia potrebbe essere legato a Ottaviano.
Nel 2023 i ricercatori avevano confrontato i reperti con la parte sommersa del molo di Adriano, rilevando somiglianze nella tecnica costruttiva e nelle dimensioni, ma anche la possibilità che la struttura di San Giovanni fosse più antica. Finora, però, non è stata ottenuta una datazione diretta che risolva la questione.
Le strutture lungo questo tratto di costa sono state individuate per la prima volta nel 2020. L’anno successivo si è unito al progetto il Politecnico di Torino, che ha utilizzato droni, telecamere per creare modelli tridimensionali e robot subacquei dotati di telecamere. Le fondamenta del molo si trovano a circa 15 metri dalla riva attuale, in acque profonde al massimo 3,5 metri. Le onde hanno rovesciato i blocchi più grandi, spargendoli sul fondale.

labrujulaverde.com
La scoperta più significativa della campagna del 2023 è stata il collegamento tra due gruppi di blocchi, inizialmente studiati separatamente: insieme formano un molo a L lungo quasi 150 metri. La sabbia spostata dalle mareggiate rende difficile riconoscere la struttura, perché può seppellire i resti sotto oltre un metro di sedimenti oppure lasciarli esposti.
Per costruire il molo fu impiegata la tecnica del «cassone», dal nome della grande cassa che ne costituisce la struttura. Enormi blocchi di calcarenite, una pietra calcarea porosa estratta nella zona, venivano disposti in fila per formare compartimenti, poi riempiti di pietrame. Il metodo era diffuso nell’Adriatico e si trova anche nell’Egeo e in altre aree del Mediterraneo. La scelta era pratica: la pietra proveniva da cave vicine al luogo di utilizzo.
Gli interventi subacquei di quest’anno si sono svolti davanti all’Edificio Idrovoro, la vecchia stazione di pompaggio legata alla riforma agraria italiana, e si sono concentrati su una parte del complesso. Il gruppo ha ricostruito le modalità e la tecnica di costruzione. In collaborazione con il Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) di Lecce e con Giuseppe Scardozzi, ricercatore dell’Istituto di scienze del patrimonio culturale (ISPC) specializzato in topografia antica e cartografia archeologica, sono stati prelevati campioni dai grandi blocchi delle fondamenta. Le analisi dovranno aiutare a individuare la cava di provenienza e a capire dove i costruttori si rifornirono e quanto lavoro richiese l’opera.
Nella zona sono state documentate anche altre strutture. Alcuni blocchi, con un lato arrotondato e disposti a intervalli abbastanza regolari, potrebbero essere bitte, cioè pali a cui si ormeggiavano le navi. Si conservano inoltre le fondamenta, scavate nella roccia, di un edificio che gli abitanti chiamano «Chiesa sommersa». I ricercatori hanno ipotizzato che fosse una torre-faro, ma l’interpretazione deve ancora essere verificata.
Il porto ebbe anche una fase più tarda. La datazione di alcuni pali di legno sommersi ha confermato che nella prima metà del XV secolo la regina angioina Maria d’Enghien fece costruire un molo usando quello romano come fondazione. Gli Angioini erano una dinastia di origine francese che allora governava l’Italia meridionale. In una forma o nell’altra, il vecchio porto rimase in uso per secoli.
Sulla terraferma, di fronte al molo, gli scavi dell’insediamento individuato l’anno scorso si sono ampliati. Secondo l’università, la sua funzione produttiva appare ormai accertata. Gli archeologi ritengono possibile che fosse un impianto per produrre vino o, ipotesi considerata meno probabile, olio. Potrebbe aver fatto parte di un complesso più ampio per la lavorazione dei prodotti dell’entroterra. I terreni circostanti erano destinati alla coltivazione intensiva di alberi, compatibile con questa interpretazione.
A Masseria Ramanno, oggi a nord della strada a scorrimento veloce che collega Lecce a San Cataldo, è noto un laboratorio con fornaci per la produzione di anfore: grandi recipienti di terracotta usati nel mondo romano per trasportare merci. Le anfore erano destinate all’olio e al vino locali. I bolli impressi nell’argilla collegano il laboratorio agli insediamenti di Giancola e Marmorelle, nel Brindisino. Nel complesso, gli indizi sono coerenti: anfore prodotte nelle vicinanze, terreni agricoli tutt’intorno e un porto sulla costa da cui spedire i prodotti.
La posizione dell’edificio di San Giovanni, accanto al porto, permetteva di caricare le merci direttamente su piccole imbarcazioni dirette a Brindisi, dove terminava la via Appia, la grande strada che partiva da Roma, oppure su navi più grandi per rotte di medio e lungo raggio. In questo modo il vino non doveva essere trasportato via terra prima di raggiungere il mare.
Le campagne precedenti avevano già individuato nella zona vasche scavate nella roccia, probabilmente usate per produrre sale, e alcuni ambienti forse risalenti alla tarda Repubblica, gli ultimi decenni prima che Roma diventasse un impero. La costa sembra quindi essere stata un luogo di attività continuative, non soltanto la sede di un molo.
La posizione del sito all’interno di una riserva naturale protetta rende più complesse le decisioni su come conservarlo e renderlo accessibile al pubblico. Antonella Pansini, archeologa della Soprintendenza, ha affermato che la costa e il suo contesto naturale richiedono una strategia di tutela condivisa, capace di considerare insieme il patrimonio archeologico e il paesaggio. La conoscenza, ha aggiunto, è il punto di partenza per stabilire quali interventi siano opportuni.
Il progetto punta anche a coinvolgere la popolazione locale. «Stiamo ricostruendo un paesaggio, più che singole strutture», ha detto Auriemma, spiegando che il porto e l’impianto produttivo testimoniano un sistema economico che collegava la campagna alle rotte marittime. Negli ultimi mesi il sito è stato aperto ai visitatori con passeggiate archeologiche guidate e attività di archeologia pubblica.
Il sindaco di Vernole, Mauro De Carlo, ha detto che sapere che su questa costa sorgevano un porto e un luogo di lavoro 2.000 anni fa restituisce al paese un pezzo della sua storia. Luigi De Luca, direttore del polo bibliotecario e museale di Lecce, ha spiegato che le visite fanno parte di un programma più ampio per valorizzare il territorio di Acaya, dalla costa al paese.
Restano aperte diverse questioni. La provenienza dei blocchi del molo è ancora in fase di analisi e la datazione all’età augustea, pur essendo un’ipotesi ragionata, non è stata dimostrata da un dato conclusivo. Non è chiaro neppure se l’edificio sulla riva fosse una cantina o un frantoio, né quanto fosse integrato in un insediamento più ampio. Da chiarire anche il rapporto con la storia del porto di San Cataldo.
Giuseppe Ceraudo, archeologo dell’Università del Salento, ha sostenuto che un approdo al servizio di Lecce potrebbe essere stato attivo già in età messapica, quando in questa parte della Puglia vivevano popolazioni molto prima dei Romani. Se così fosse, il molo di Adriano rappresenterebbe soltanto la fase più recente e visibile di una lunga storia, mentre i blocchi di San Giovanni ne segnerebbero una tappa intermedia.
Fonte: labrujulaverde.com


