Un nuovo studio pubblicato su Nature rivela che, prima della grande migrazione fuori dall’Africa circa 50.000 anni fa, gli esseri umani moderni iniziarono ad adattarsi a una vasta gamma di habitat africani. Analizzando resti archeologici datati tra 120.000 e 14.000 anni fa, i ricercatori hanno scoperto che a partire da circa 70.000 anni fa l’Homo sapiens visse con successo in ambienti ecologicamente estremi come foreste, deserti e zone con forti escursioni termiche. “Quello che vediamo circa 70.000 anni fa è che l’Homo sapiens sta diventando il generalista per eccellenza, spingendosi in ambienti sempre più estremi. Questa nuova flessibilità aggiuntiva gli ha dato un vantaggio 50.000 anni fa, permettendogli di diffondersi rapidamente in tutto il mondo e di prosperare in ambienti nuovi e a volte molto impegnativi, come quelli che si trovano a latitudini molto settentrionali.”
Questa crescente flessibilità ecologica avrebbe fornito alla nostra specie le capacità necessarie per affrontare ambienti nuovi e difficili durante la dispersione globale. A differenza delle prime ondate migratorie (fino a 270.000 anni fa), che non hanno lasciato tracce genetiche nelle popolazioni moderne, la migrazione avvenuta 50.000 anni fa ebbe successo proprio grazie a questa adattabilità. “I primi membri del nostro genere devono aver ampliato anche la gamma di condizioni ambientali in cui si trovavano quando lasciarono l’Africa e iniziarono a occupare stabilmente regioni dell’Eurasia“. Gli studiosi suggeriscono che tale flessibilità non fu dovuta a un singolo fattore evolutivo o tecnologico, ma a una combinazione di interazioni culturali, espansione geografica e possibilità di innovazione. Queste scoperte offrono nuove prospettive anche sull’evoluzione degli altri ominini, come Neanderthal e Denisoviani, e sul perché solo l’Homo sapiens sia riuscito a colonizzare il mondo intero.

