Nel delta del Nilo una struttura di 128 metri è sopravvissuta grazie a uno strato di sabbia

A Buto, in Egitto, le indagini geofisiche hanno individuato un edificio in mattoni crudi di circa 2.600 anni fa. Lo studio è pubblicato su Acta Geophysica.

Una figura che mostra una mappa termica di un sito archeologico.

Sotto il rilievo di Kom C, nell’antica città egizia di Buto, è stata individuata una struttura in mattoni crudi risalente a circa 2.600 anni fa, lunga 128 metri e larga 62: dimensioni paragonabili a quelle di un campo da calcio. Sotto le sue fondamenta, i ricercatori hanno inoltre trovato uno spesso strato di sabbia pulita, che potrebbe aver protetto l’edificio dall’acqua e dall’instabilità del terreno argilloso del delta del Nilo.

Buto, oggi Tell el-Fara’in, si trova nel nord-ovest del delta. Per gli antichi egizi era un importante centro religioso e la dimora sacra di Uadjet, la dea cobra del Basso Egitto. Gli archeologi hanno scavato per decenni gli strati più superficiali, riportando alla luce resti dell’epoca tolemaica (305-30 a.C.) e romana (30 a.C.-395 d.C.). Gli strati più antichi di Kom C, invece, erano rimasti difficili da raggiungere: il rilievo si trova sotto il livello della falda acquifera, nell’argilla satura d’acqua del delta.

Per esplorare il sottosuolo senza alterare il sito, il gruppo ha combinato immagini satellitari e indagini geofisiche. Ha prima analizzato i dati del satellite Sentinel-1 dell’Agenzia spaziale europea, che invia impulsi radar a microonde e ne misura il riflesso. Le variazioni nei segnali possono rivelare differenze di umidità, altitudine e riflettività del terreno, utili per individuare possibili strutture sepolte. Le immagini hanno mostrato sotto Kom C un’anomalia ovale lunga 128 metri e larga 62.

I ricercatori hanno poi eseguito 15 linee parallele di tomografia elettrica della resistività (ERT), una tecnica che ricostruisce le caratteristiche del sottosuolo misurando come la corrente elettrica attraversa il terreno. L’indagine ha coperto circa 5.400 metri quadrati.

Una figura che mostra una serie di strati del terreno del sito archeologico.
Il profilo geologico di Tell el-Fara’in (l’antica Buto) e del delta del Nilo circostante, che mostra la successione di strati di sabbie fluviali e argille della pianura alluvionale risalenti all’ultima era glaciale, con il tell dell’insediamento al di sopra.

I risultati indicano una successione di strati. Nei primi 3 metri sono emersi resti sparsi di epoca tolemaica e romana: mattoni crudi fuori posto, frammenti di ceramica e pietra calcarea spezzata. Secondo i ricercatori, questi materiali riflettono secoli di occupazione e ricostruzioni, durante i quali gli abitanti riutilizzarono parti degli edifici più antichi.

Tra i 3 e i 6 metri di profondità è stata individuata una grande struttura in mattoni crudi, datata alla XXVI dinastia, o periodo saitico (688-525 a.C.). La datazione si basa sullo strato archeologico, sulla forma dei mattoni e su reperti come la ceramica, classificati in base allo stile e al contesto di ritrovamento. Sui materiali organici associati è stata inoltre effettuata la datazione al carbonio-14. La struttura potrebbe essere una tomba, una residenza per sacerdoti o un santuario religioso, secondo lo studio pubblicato a marzo sulla rivista Acta Geophysica (studio scientifico).

A una profondità compresa tra 6 e 7 metri, sotto l’edificio, è stato trovato uno spesso strato di sabbia pulita. L’argilla del delta assorbe l’acqua, si gonfia e poi si contrae quando si asciuga: movimenti che possono danneggiare le costruzioni. La sabbia potrebbe aver distribuito il peso dell’edificio, favorito il drenaggio e limitato gli spostamenti dell’argilla. Potrebbe anche aver impedito all’acqua sotterranea di risalire nei mattoni crudi, che altrimenti rischierebbero di ammorbidirsi e deteriorarsi (ricerca sui terreni argillosi).

Una mappa che mostra diverse fonti di calore nel sottosuolo di un sito archeologico.
Una scansione 2D della resistività elettrica, allineata con un muro di mattoni crudi parzialmente esposto: l’anomalia colorata nel sottosuolo corrisponde alla posizione della struttura visibile in superficie.

«Combinando il radar satellitare con profili ERT profondi, non ci siamo limitati a mappare le pareti di questa imponente struttura dell’epoca saitica: siamo anche riusciti ad analizzare gli strati sotterranei», ha dichiarato a Live Science Abdelaziz Elfadaly, coautore dello studio e professore associato di ricerca presso l’Autorità nazionale egiziana per il telerilevamento e le scienze spaziali. «La scoperta di un consistente strato di fondazione di sabbia pulita sotto le pareti in mattoni crudi spiega come queste strutture pesanti siano sopravvissute alla falda alta e al terreno argilloso instabile di Buto».

Un saggio di scavo di 3 metri per 3, profondo circa 6-7 metri, ha confermato la presenza di spesse pareti in mattoni crudi poggiate sulla sabbia. Nelle vicinanze sono stati recuperati oggetti che suggeriscono una funzione sacra del luogo: statuette ushabti e shawabti, piccole figure di servitori che venivano collocate nelle tombe per assistere il defunto nell’aldilà, e un altare in pietra calcarea. Nei canali scolpiti dell’altare sono stati osservati residui essiccati compatibili con sangue animale, possibile indizio di offerte rituali. Lo studio segnala anche una statuetta di babbuino in faience, un materiale ceramico smaltato, del tipo associato a Thot, dio della saggezza.

Una figura che mostra diverse rappresentazioni geografiche astratte di un sito archeologico.
Crediti immagine: Abouarab et al., Acta Geophysica (2026); CC BY 4.0

Una figura che mostra dettagli ravvicinati di reperti archeologici provenienti da un sito in Egitto.
Crediti immagine: Abouarab et al., Acta Geophysica (2026); CC BY 4.0

Il periodo saitico fu una fase di rinascita culturale, dopo generazioni di dominazione assira e libica. I faraoni egizi tornarono al potere e investirono nel ripristino dei centri religiosi, soprattutto nel delta, loro base politica. Buto, legata all’identità del Basso Egitto, aveva un particolare valore: i re saitici governavano dalla vicina Sais e restaurare la città poteva rafforzare le loro radici e la loro legittimità.

«Un edificio monumentale di queste dimensioni sottolinea l’intenso impegno dei faraoni saitici nel glorificare la regione del delta», ha dichiarato in un messaggio WhatsApp a Live Science Hussein Bassir, direttore del Museo delle Antichità della Bibliotheca Alexandrina, che non ha partecipato allo studio. «Usare sabbia pura come cuscinetto stabilizzante fu una scelta brillante e deliberata: gli antichi costruttori conoscevano profondamente il loro ambiente».

Il gruppo programma una nuova visita al sito, con misurazioni ERT che prevedono una maggiore distanza tra gli elettrodi per raggiungere strati più profondi. Parteciperanno anche specialisti di piante antiche e dei cambiamenti geologici nel tempo, il cui contributo potrebbe aiutare a ricostruire il paesaggio di Buto quando furono costruite le mura.

Fonte: livescience.com

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Redazione Scienze Notizie
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